Gli italiani e il governo fragile Per il 40% durerà qualche mese

28 Febbraio, 2007

Giudizi negativi sul passaggio di Follini, ma per gli elettori dell’Unione era necessario

La crisi di governo continua a rimanere al centro dell’attenzione degli italiani. Addirittura nove cittadini su dieci si dichiarano al corrente degli eventi di questi
giorni e la gran parte di costoro (60%, con un’accentuazione tra chi è politicamente orientato verso il centrosinistra) afferma di esserlo piuttosto «bene». Anche per questo, diversamente da quanto accade di solito per le opinioni sugli eventi politici, la grande maggioranza si sente in grado di esprimere un parere sugli avvenimenti più recenti.
Per quanto concerne, ad esempio, la decisione di Marco Follini di pronunciarsi a favore del governo in occasione del voto di fiducia, il giudizio risulta articolato e solo apparentemente contraddittorio. Da un verso prevale, seppure in misura non eccessiva, un atteggiamento
critico verso il comportamento preannunciato dal leader: il 56% interpreta in maniera alquanto rigida il vincolo del mandato parlamentare e ritiene che «un eletto deve comunque rimanere nella coalizione nella quale è stato votato». Opinioni siffatte si
riscontrano in misura ovviamente maggiore all’interno dell’elettorato del centrodestra, ma risultano assai diffuse anche nel centrosinistra.
È vero infatti che la maggioranza (57%) degli elettori dei partiti di governo approva la decisione di Follini: ma anche qui i critici costituiscono quasi la metà (40%).

Ma d’altro canto, mettendosi dal punto di vista del governo, gran parte dei cittadini ritiene che l’apertura a Follini costituisca per Prodi una scelta «forse non del tutto adeguata, ma necessaria» (e quindi opportuna) o, specie tra chi simpatizza per il centrosinistra, «un’azione positiva per formare un governo più stabile». Al di là dell’episodio specifico, resta tuttavia la «viva preoccupazione» per le sorti del Paese, già espressa da due italiani su tre subito dopo l’apertura della crisi. È significativo che
questo sentimento si trovi in misura ancora più accentuata tra chi ha più di 45 anni, memore di molte esperienze passate. Il motivo principale della preoccupazione sta nella percezione della grande fragilità del governo in carica, resa ancora più evidente dagli
avvenimenti degli ultimi giorni. Ciò porta a manifestare previsioni piuttosto pessimistiche sulla possibile durata dell’esecutivo guidato da Prodi, anche nel caso che esso riesca a ottenere la fiducia in Parlamento. La maggioranza relativa (40%) ritiene che il governo non
possa durare più di qualche mese. Anche in questo caso, si tratta di un’opinione assai più diffusa tra i simpatizzanti del centrodestra, ma presente in buona misura (13%) anche tra l’elettorato del centrosinistra e tra chi è indeciso su cosa votare. Persino tra quanti
ribadiscono oggi la propria intenzione di voto per i partiti della maggioranza, solo poco più di un terzo ritiene che Prodi riesca a restare in carica per tutta la legislatura.

Questa incertezza provoca un forte contrasto di opinioni sul da farsi. Poco meno della metà, il 40%, è del parere che Prodi debba continuare a governare il Paese. Ma più di un italiano su tre auspica nuove elezioni e più di uno su cinque chiede la formazione di un «governo tecnico». Ancora una volta, è vero che queste opinioni si trovano perlopiù nell’elettorato del centrodestra, ove solo il 6% dichiara di desiderare la prosecuzione del
governo Prodi. Ma financo tra chi dichiara di votare per una forza del centrosinistra, quasi il 25% non auspica la prosecuzione dell’esperienza attuale e si ripartisce tra le diverse altre possibili soluzioni. Un’opinione, questa, condivisa da oltre il 60% degli indecisi. Nell’insieme, questi dati mostrano come nell’opinione pubblica si accentuino oggi preoccupazione, incertezza, pessimismo sul futuro della conduzione politica del Paese. Ciò che finisce col favorire il diffondersi della sensazione che esista una frattura tra il
mondo della politica e quello della società civile, del lavoro e della produzione. A quest’ultimo viene attribuito il merito della ripresa economica in corso, della capacità di innovarsi e di far crescere il Paese. Mentre la politica, a destra, come a sinistra, viene sempre più accusata di esercitare, salvo rare eccezioni, un ruolo frenante, di
essere autoriferita, incapace di produrre risultati utili. È, lo sappiamo, un atteggiamento di carattere qualunquistico: proprio per questo, però, la sua espansione non dovrebbe essere sottovalutata.

 

 

RENATO MANNHEIMER sul Corriere

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che senso ha?…

27 Febbraio, 2007

dal Corriere
“…
Anche Franco Turigliatto, il senatore dissidente espulso dal gruppo di
Rifondazione comunista, voterà la fiducia al governo Prodi, ma
non è disponibile a garantire la tenuta del governo in futuro su
temi come l’Afghanistan o le pensioni. Sarebbe questo l’orientamento
maturato nell’area di minoranza di Rifondazione comunista Sinistra
critica, alla quale appartiene il senatore ribelle. «Domani
sarà un sì molto critico con la totale libertà
d’azione sui singoli provvedimenti» annuncia Turigliatto.
Che scioglierà la riserva sono nel pomeriggio dopo un faccia a
faccia con Dario Franceschini, capogruppo dell’Ulivo alla Camera.”

sono in disaccordo sui Dico, sulla politica estera, su Vicenza, sulla TAV
Prodi ha praticamente detto “quando non siamo d’accordo decido io”…

come si fa a votare la fiducia? perchè aspettare la prossima discussione per far mancare di nuovo la maggioranza?

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E se Rita…

26 Febbraio, 2007

E se la Montalcini perdesse l’aereo da Dubai per Roma?!?!?!?!?

Il Governo, che il presidente Napolitano ritiene in grado di sostenersi anche senza il voto dei senatori a vita, come la prenderebbe?!?!?!

Lunga vita al senatore…

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Da ottobre un altro rincaro del 10% dei biglietti dei treni

23 Febbraio, 2007

Le Ferrovie puntano a varare, dal primo ottobre prossimo, un nuovo
aumento del 10% dei biglietti dei treni a medio e lunga percorrenza,
dopo il rincaro della stessa entità scattato dal primo gennaio scorso.
Lo prevede il piano industriale 2007-2011 – secondo quanto è in grado
di apprendere l’Ansa – in base a quanto riportato in un verbale
approvato dal cda delle Ferrovie nella seduta di fine dicembre. Il
piano industriale 2007-2011 delle Ferrovie pianifica gli aumenti
tariffari per la media-lunga percorrenza, da qui al 2011 con incrementi
del 20% per quest’anno e poi, del 5% l’anno a partire dal 2009.
Quest’anno è previsto un rincaro del 20% – più 10% già scattato dal
primo gennaio scorso ed un altro +10% dal primo ottobre prossimo – per
il 2008 i biglietti dovrebbero invece rimanere fermi per tornare a
salire, ad un ritmo del 5% l’anno, dal 2009 al 2011. È quanto si legge
in un verbale approvato dal consiglio di amministrazione a fine 2006.
Per quanto riguarda il trasporto regionale, gli incrementi saranno
dell’ordine del 3,5% medio annuo (di cui 1,86% quale delta prezzo e
1,64% quale delta qualità) per coprire sia dinamica inflazionistica che
investimenti per nuovo materiale rotabile. Nel budget 2007, presentato
al cda, le Ferrovie stimano in circa 130 milioni di euro nuovi introiti
da maggiori ricavi da traffico.

dal Sole 24Ore

Certo, va bene, per fare investimenti servono soldi, ok.
Allora rivediamo anche le politiche di indennizzo per i ritardi… basta vincolo dei 30′ di ritardo per poter richiedere un parziale rimborso del biglietto.
Facciamo un rimborso proporzionale al ritardo, e con soglie proporzionali alla tratta: se 30′ di ritardo su un viaggio di 8 ore resta un ritardo elevato, su una tratta di 30 minuti non posso tollerare un ritardo di 15′, è comunque un ritado del 50%.
Volete più soldi: garantite più puntualità, sennò pagate…

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«L’allargamento di Prodi è fallito»

22 Febbraio, 2007
Berlusconi: «Nessuno della Cdl salirà su una nave che affonda. Nel governo personalità stimate da tutti. Larghe intese? Vedremo»

Il leader di Fi Silvio Berlusconi (Ansa)

- Il Prodi-bis? È morto prima ancora di nascere, secondo Silvio Berlusconi. «Non credo che ci siano senatori di questo Parlamento disposti a salire su una nave che sta affondando» spiega il leader di Forza Italia nel corso di un collegamento con Nessuno Tv.
«La Casa delle libertà – ha aggiunto l’ex premier – si dimostrerà coesa.
Qualunque tentativo per riportare in vita il governo Prodi lo ritengo fallito in partenza. La sinistra non ha mai avuto la maggioranza di questo Paese e mai l’avrà». Larghe intese o voto? «Staremo a vedere».
Un nome di garanzia per un governo istituzionale? «Ci sono esponenti di rilievo – ha concluso Berlusconi – che godono della stima e dell’apprezzamento di tutti».

dal Corriere

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L’amarezza di D’Alema “Cosa volevano di più?”

22 Febbraio, 2007

“E’ un disastro. Mi perdo la Roma in Champions League…”. Prova in tutti i modi a reagire da sportivo. Ma alle nove della sera, mentre fende la pioggia di questa nera notte romana per correre a Via Nazionale, al vertice del Botteghino, Massimo D’Alema sa che ieri ha perso molto, molto di più. “Intendiamoci – aggiunge – purtroppo quello che è successo era nel novero delle cose possibili, viste le tensioni di queste ultime settimane. Ma resta il fatto che è uno shock. Un vero shock…”.

Non si dà pace, il vicepremier: “Capite il paradosso? In una situazione di governo che nell’insieme non si può certo definire brillante, per unanime riconoscimento di tutti, non solo in Italia ma anche oltre i nostri confini, la politica estera era una delle poche cose che avevano funzionato. Una delle poche cose che piacevano alla gente, come dimostrano anche i sondaggi. E invece, noi cadiamo proprio su questo. Per assurdo, avrei capito che fossimo caduti sulla legge Finanziaria, con tutti i malumori che ha creato nel Paese. Ma sulla politica estera non ci sto. Siamo un Paese di matti…”.

“Mi tocca riprovare a salvare questo governo…”, aveva detto solo domenica scorsa, alla vigilia di una settimana esiziale per la maggioranza di centrosinistra. Non c’è riuscito. Il “soldato Prodi” non si è salvato. Il discorso “alto”, forse anche troppo, del ministro degli Esteri in Senato, non ha risparmiato al governo il fuoco amico dei “kabulisti” dell’Unione. Il vicepremier è amareggiato: “Ho fatto un discorso da socialista europeo. Quella che ho presentato è la piattaforma più avanzata della sinistra europea. Oltre tutto, apprezzata da mezzo mondo. Ho ricevuto complimenti dalle persone più impensate, e non avete idea delle telefonate che mi sono arrivate, tra Palazzo Chigi e la Farnesina. Possibile che non basti neanche questo, a questa comitiva di irresponsabili?”. Eppure, non si può dire che non aveva fiutato il pericolo. “Se non c’è la maggioranza sulla politica estera il governo va a casa”: giusto o sbagliato che fosse, l’ultimatum che aveva lanciato l’altro ieri ad Ibiza non era affatto il segno di quella solita iattanza, un po’ troppo spocchiosa, con la quale si è bruciato più di una volta. Al contrario, era l’ultimo, drammatico avviso a chi, nella sinistra radicale dura e pura, non aveva ancora compreso la vera posta in gioco di questo delicatissimo passaggio parlamentare. Era il chiaro sintomo di un’inquietudine che era cominciata già da sabato scorso, dopo la marcia pacifica di Vicenza, e che era cresciuta fino a ieri mattina, quando il vicepremier, dopo aver portato a spasso come sempre il suo labrador Lulù, si è presentato a Palazzo Madama come se si andasse a giocare un terno al lotto.


D’Alema sa, e ha sempre saputo, che questo governo era appeso a un filo. E al contrario di Prodi ha sempre sperato, ma in fondo non ha mai creduto che “la sua forza sta nella sua debolezza”. Ha sempre sperato, ma in fondo non ha mai creduto a se stesso, quando si ripeteva ancora domenica scorsa che “forse proprio l’asprezza dello scontro interno tra noi e la sinistra radicale può rendere più difficile la caduta del governo”. Era solo un altro esorcismo. L’ennesimo. Che stavolta non ha funzionato. “D’altra parte, cosa vuoi, quando metti perfino i trozkisti in Parlamento, questo è il minimo che ti possa succedere…”. È quella che lui stesso definisce “la tragica immaturità di questa sinistra”. Una sinistra “che rifiuta a prescindere l’assunzione della responsabilità di governo”. Una sinistra “che pur di non perdere la sua verginità, preferisce riconsegnare il Paese a Berlusconi”. Con questa sinistra D’Alema ha provato a dialogare. Ha provato a ricucire, nei limiti in cui la coerenza politica di un ministro degli Esteri glielo ha consentito. “Gli do tutto quello che gli posso dare: la disponibilità a discutere con gli americani uno spostamento di qualche chilometro della base americana di Vicenza. Gli do la possibilità di poter chiedere alle Nazioni Unite una ridefinizione della missione Isaf, con l’Italia nel ruolo di relatore al Palazzo di vetro. Gli do anche la conferenza di pace sull’Afghanistan: una bella proposta, ma è solo una belinata, perché purtroppo lo sanno tutti che a livello internazionale praticamente nessuno la vuole. Più di questo, per salvare il governo, che altro posso fare?”.

Non è bastato. Ma oltre questo il vicepremier non ha potuto e non ha voluto andare: “La credibilità e l’affidabilità internazionale è una cosa troppo seria, perché la si possa barattare con un manipolo di incoscienti. Io non accetto che la politica estera del mio Paese sia esposta al ricatto del senatore Rossi…”. La resa dei conti è stata amarissima. Ma non poteva più essere elusa. D’Alema non ci sta, a sentirsi processato da chi dice che ieri, a Palazzo Madama, ha alzato troppo l’assicella, con un discorso che è diventato difficile da digerire sia per i dissidenti dell’estrema sinistra sia per i senatori a vita Andreotti e Pininfarina: “Ho alzato troppo l’assicella? Scherziamo? Che cosa avrei dovuto dire? Far finta di nulla, di fronte alle difficoltà di questi ultimi giorni? La politica estera di un Paese deve essere condivisa. Io voglio far il ministro degli Esteri di un Paese che ha l’ambizione di incidere davvero sul corso degli eventi. Se sto al governo, la politica della testimonianza non mi interessa: a quella ci pensa Franca Rame”. Per questo, come ha già detto in altre occasioni, in casi così estremi “oportet ut scandala eveniant”. Non si poteva più continuare, con questi equivoci, con questi bizantinismi ipocriti, con questi incidenti paradossali, come quello che si è prodotto due settimane fa con la relazione di Arturo Parisi sul Dal Molin, approvata con una mozione del centrodestra e per questo bocciata dal centrosinistra. Quello per D’Alema, è stato molto più di un campanello d’allarme: “Quando sono stato a Bruxelles il 12 febbraio, al vertice della Ue, ho pranzato con i miei colleghi ministri degli Esteri, nel Consiglio affari generali della Ue, e tutti mi hanno chiesto di spiegargli cosa era successo a Parisi. Ho provato a raccontargli come e perché la mia maggioranza, praticamente obbligata dalla sua ala sinistra, era stata costretta a votare contro il suo ministro della Difesa, su una mozione dell’opposizione che dava ragione al governo. Ci hanno messo mezz’ora a capire questa follia. E alla fine mi guardavano come se fossi un marziano”. Si poteva continuare così?

Resta da capire cosa succede adesso. Il vicepremier si schiera, ancora una volta, a fianco di Prodi: “Per noi il governo resta quello in carica. Non c’è alternativa possibile: né Prodi bis, né rimpasto, né governo tecnico, né elezioni anticipate. Il Capo dello Stato farà le sue consultazioni. Io spero che ottenga ampie garanzie dai partiti dell’attuale maggioranza, non solo per una fiducia generica al presidente del Consiglio in carica, ma anche sui prossimi passaggi parlamentari, per esempio sull’Afghanistan. A quel punto Prodi torna davanti alle Camere, e se ottiene la fiducia si riparte, se no è finita sul serio. Ma per ora lo schema è questo, e per me non ce n’è nessun altro”. Nessuno si nasconde la fragilità di questo schema. I fatti hanno dimostrato che il vincolo di coalizione assunto e sottoscritto sul programma dell’Unione dai vertici dei partiti non corrisponde all’impegno dei singoli parlamentari. “È vero – riflette il ministro degli Esteri – ma speriamo che almeno dopo questo trauma la sinistra radicale capisca che il suicidio politico non conviene a nessuno”. Nella confusione, circolano le voci più strane e incontrollate. Per esempio, che D’Alema non si ricandidi a fare il ministro egli Esteri. Lui sorride: “Non c’è proprio limite alla stupidità umana…”. Altro esempio: Prodi sarebbe furioso per l’intervento in aula del vicepremier, considerato troppo corrosivo e poco conciliante con gli alleati: “A me non risulta proprio. Io so solo che con Romano ci siamo parlati in continuazione, in modo molto collaborativo, e che in serata mi ha chiamato per dirmi: “circola voce che sia stato tu a chiedermi a tutti i costi le dimissioni, ma io ho smentito seccamente”. Il resto sono fesserie…”.

Certo, otto anni dopo tornano ad aleggiare i fantasmi della crisi del primo Ulivo. Anche in quella occasione, fu a D’Alema che imputarono il complotto anti-prodiano. Stavolta, complotto o no, la caduta di questo secondo governo Prodi è ancora una volta legata alle figura di Baffino di ferro. D’Alema non ci sta a questa lettura caricaturale della storia: “È il frutto dell’uso delinquenziale che si fa dell’informazione”, sbuffa il vicepremier. “Io non ho colpa di nulla. Se c’è un’analogia tra oggi e il ‘98, semmai, è che ancora una volta si dimostra che esiste in Italia un estremismo di sinistra che si dimostra non in grado di garantire un governo al Paese. Se a questo aggiungiamo la compravendita di senatori della nostra metà campo da parte del Polo, e lo strano tranello che ci ha fatto Andreotti in aula, il teatro dell’assurdo della politica italiana è completo…”.

A questo punto l’Unione naviga a vista. Oggi cominciano le consultazioni. D’Alema incrocia le dita. È tornato a casa, a tarda sera, e in televisione si guarda gli ultimi minuti di Roma-Lione. “Per il centrosinistra comincia una fase delicatissima. È come per Spalletti, in Champions League. Qui hai fatto zero a zero. Ti devi giocare tutto nella gara di ritorno”. Ma ci sarà davvero il ritorno, per il governo Prodi?

MASSIMO GIANNINI su Repubblica

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Prodi: «Alle 19 salgo al Quirinale»

21 Febbraio, 2007
ROMA – Maggioranza allo sbando dopo la bocciatura al Senato sulla politica estera. A complicare le cose le parole della vigilia pronunciate da D’Alema («Senza maggioranza non c’è più governo») anche se oggi l’ex presidente Cossiga (l’unico senatore a vita ad aver votato contro) ha ricordato che «per la Costituzione, il governo non ha il dovere di dimettersi perché le dimissioni ci sono solo su un voto di fiducia». E un voto di fiducia è stato invocato nel pomeriggio dal comunista Diliberto per uscire dall’impasse.

PRODI AL COLLE – Per una schiarita occorre attendere l’esito dell’incontro al Colle tra Prodi e Napolitano previsto per le 19. Il presidente della Repubblica ha infatti interrotto la sua visita a Bologna dopo la telefonata del premier. «Ho sentito il presidente della Repubblica e gli ho comunicato l’intenzione di recarmi al più presto al Quirinale per conferire e informarlo della situazione alla luce del voto odierno al Senato» ha confermato Prodi dopo che l’ufficio stampa del gruppo dell’Ulivo al Senato aveva fatto sapere che sarà tutto il governo e non solo il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, a recarsi appena possibile dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.


D'Alema tra i ministri Chiti, Mastella e Turco, sconfitto al Senato (Ansa)
D’Alema tra i ministri Chiti, Mastella e Turco, sconfitto al Senato (Ansa)

VERTICE DI MAGGIORANZA - Intanto nel pomeriggio, subito dopo il voto, si è svolto un breve vertice di maggioranza a Palazzo Madama, seguito da un secondo vertice a Palazzo Chigi a cui hanno preso parte i vicepremier D’Alema e Rutelli, i ministri Parisi, Santagata e Fioroni. Presenti anche i vertici dell’Ulivo alla Camera Dario Franceschini e Marina Sereni.

DILIBERTO: NECESSARIO VOTO DI FIDUCIA – «È necessario un dibattito parlamentare e un rinnovato voto di fiducia per andare avanti» ha detto il segretario del Pdci Oliviero Diliberto dopo il voto al Senato. «È giusto convocare subito il Consiglio dei ministri- aggiunge- ed è necessario rinsaldare la coalizione. Criminale sarebbe riconsegnare il Paese alle destre o procedere verso ipotesi che tradirebbero il mandato elettorale, tipo larghe intese o ipotesi neocentriste».

BINDI: «MALEDETTA LEGGE ELETTORALE» – «Maledetta legge elettorale… questo è il primo pensiero che mi viene in mente». Il ministro per la Famiglia Rosy Bindi non ha nascosto la delusione per il voto del Senato sulla politica estera. «Non c’erano i motivi e le condizioni per votare così – ha aggiunto la Bindi riferendosi ai senatori “dissidenti” della maggioranza – si sono presi una gravissima responsabilità nei confronti del Paese».
MASTELLA: LA MAGGIORANZA C’E’ – «Al Senato è successo uno scivolone, ma in quest’Aula il governo la maggioranza ce l’ha». Lo ha ribadito nell’Aula della Camera il ministro della Giustizia Clemente Mastella rispondendo alle contestazioni di An che considerava il governo non legittimato a rispondere oggi al question time dopo che è stato battuto a Palazzo Madama.

dal Corriere

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Dico, Prodi tenta l’azzardo al Senato

21 Febbraio, 2007

Marianna Bartoccelli da ilGiornale


Roma – Alla fine ha avuto ragione Cesare Salvi, presidente della commissione Giustizia del Senato, e anche il capogruppo ds al Senato Anna Finocchiaro e tutto il gruppo della Cdl. E certamente anche Clemente Mastella, che da ministro si è schierato contro il ddl del suo governo e chiedeva che la legge in prima istanza andasse proprio al Senato dove i suoi tre senatori voteranno contro, mettendo così a rischio l’approvazione finale del testo. Ognuno per un motivo diverso quindi, ma tutti chiedevano che il ddl sui Dico venisse inviato al Senato, dove già la commissione Giustizia aveva iniziato a esaminare i nove disegni di legge presentati.
Così dopo una giornata di dichiarazioni, incontri, braccio di ferro, il governo e per esso il ministro Vannino Chiti hanno deciso di avviare l’iter di analisi del suo ddl dal Senato, «augurandosi un confronto senza pregiudiziali». Del resto come aveva anche detto Francesco D’Onofrio dell’Udc, stupito dell’indecisione del governo, «prima o poi il testo sarebbe dovuto passare al Senato».
Nella decisione ha influito anche Anna Finocchiaro, capogruppo ds al Senato, molto infastidita dall’atteggiamento del governo che sembrava voler trasferire tutto alla Camera: «Ho una preoccupazione forte – aveva detto nei suoi incontri con Chiti – che si consideri il Senato come il luogo dove non si riesce a esercitare le prerogative tipiche di una camera legislativa». Soddisfatti anche i senatori della Cdl che chiedevano che il disegno di legge cominciasse il suo iter dal Senato, dove è più facile affossarlo. «Visto che qui è già cominciata la discussione generale sullo stesso argomento, sarebbe stato un singolare scippo cominciare dalla Camera, motivato solo dalla paura del confronto» ha sottolineato Elisabetta Casellati, vicepresidente vicario del gruppo di Fi.
Ma la partita come sempre è doppia. L’ondeggiamento della legge sulle coppie di fatto, ormai nota come Dico, tra Camera e Senato, non era dovuto soltanto a regolamenti istituzionali o a paura (per altri la speranza) che partendo dal Senato la legge non riesca a passare neanche il primo giro. Ma hanno anche avuto ruolo i giochi dentro i Ds alla vigilia del loro Congresso. La decisione di mettere all’ordine del giorno l’esame delle varie leggi sulle coppie di fatto è stata presa dal presidente Cesare Salvi, che è anche esponente della mozione numero 3 del congresso dei Ds, in aperto contrasto con il segretario Fassino. Salvi, contrariamente alle decisioni prese dal governo, si è detto sempre convinto che un disegno di legge del governo su questi temi è sbagliato e che l’unica strada percorribile è quella della legge parlamentare. Con questa intenzione aveva avviato il dibattito in commissione cominciando a esaminare i 9 disegni di legge presentati, certo che l’arrivo del ddl del Governo troverà il dibattito già avviato e fiducioso che alla fine potrebbe uscire un testo parlamentare. Salvi sembra sicuro del fatto suo anche perché nella commissione da lui presieduta la maggioranza conta 14 senatori contro 13. E al Senato un voto è lira pesante. Ma soprattutto non ci sono senatori a vita, non ci sono senatori dell’Udeur e non c’è nessuno dei teodem, i cattolici del centrosinistra che si sono dichiarati contrari ai Dico.
Per Salvi portare in aula un disegno di legge prodotto dalla commissione sarebbe una bella prova di forza da dare anche al suo partito. Ed è per questo che ieri deve aver penato molto, a giudicare dalla stanchezza che mostrava, per ottenere una legge scomoda ma importante. E una cosa, in attesa del ddl del governo, ha tenuto a ribadire ai componenti della commissione: «Il ddl sulle coppie di fatto non contiene alcun principio eversivo e non è un attentato alla famiglia»

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D’Alema: Governo finito senza maggioranza

20 Febbraio, 2007

IBIZA -
Se il governo non avesse la sua maggioranza di centrosinistra nel
dibattito sulla politica estera, previsto mercoledì al Senato, ma
dovessero risultare determinanti i voti dell’opposizione, Prodi
dovrebbe presentare le dimissioni. È l’opinione del ministro degli
Esteri Massimo D’Alema a margine del vertice italo-spagnolo, alla
vigilia delle sue comunicazioni a Palazzo Madama. «È un principio
costituzionale, ma non sono assolutamente preoccupato. Credo che
l’ordine del giorno lo voteranno tutti. Almeno lo spero».

NESSUNA TRATTATIVA IN CORSO CON USA
- Il vice premier ha detto inoltre che non è in corso alcuna trattiva
con gli Usa per proporre un altro luogo al posto dell’aeroporto Dal
Molin per il previsto allargamento della base Ederle di Vicenza. Il
governo italiano ha però fatto presente agli americani il problema
dell’impatto ambientale per una base così grande alle porte della città
veneta. «Ho personalmente proposto al segretario di Stato americano
Condoleezza Rice lo scorso 26 gennaio a Bruxelles di considerare il
problema dell’impatto ambientale e urbanistico nella costruzione della
base», ha detto D’Alema.
DOPO VOTO, VERTICE SU AFGHANISTAN
- Dopo il voto del Senato, mercoledì alla Camera si terrà un vertice
dedicato alla politica estera con i capigruppo del centrosinistra di
Camera e Senato e i ministri D’Alema, Parisi e Chiti. Al primo posto
dell’ordine del giorno il rifinanziamento della missione in
Afghanistan. Lo riferisce Manuela Palermi, presidente del gruppo dei
senatori Verdi-Pdci. Secondo Palermi, D’Alema farebbe bene a non
parlare al Senato della base di Vicenza, perché ne ha già parlato il
ministro della Difea Parisi e inoltre la questione «spacca l’Unione».

AMATO: TROVEREMO ACCORDO
- Il ministro degli Interni, Giuliano Amato, riconosce che le missioni
italiane all’estero sono un punto sensibile per la coalizione di
governo, ma assicura che sull’Afghanistan alle fine si troverà un
accordo.

dal Corriere

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Vicenza, dopo il corteo stop di Rifondazione

19 Febbraio, 2007

Ferrero: «Le condizioni sono cambiate, serve il referendum». Proposto boicotaggio Coop rosse che partecipano all’appalto

VICENZA — Nella sala del Comune in Contrà Santa Corona
si parla di disarmo nucleare. La capopopolo dei comitati no-base Cinzia
Bottene ringrazia gli amici venuti da fuori, poi guarda avanti: «Quando
arriveranno le ruspe entreremo con gli avvocati nel Dal Molin e le
bloccheremo. Io mi sono già comprata il caschetto, non si sa mai». Sul
piazzale di Campo Marzio si smonta il palco del trionfo. Il leader dei
Disobbedienti vicentini Francesco «Cesco» Pavin tira pacche sulle
spalle, quindi sibila: «Adesso non ci resta che passare alla fase tre:
occupare l’aeroporto». Il giorno dopo la «marcia dei duecentomila» la
gioia per i numeri e i disordini che non ci sono stati è già stata
annacquata da un pezzo. Il tempo di chiudere il corteo, e poi sono
arrivate le parole di Prodi a spazzare via ogni speranza: «La piazza
non cambia le nostre scelte». Uno schiaffo. Che in un amen ha
trasformato l’ipotesi dell’occupazione dei cantieri in «una strategia
inevitabile». Un’arma estrema che trova sponda anche nei vertici
nazionali di Rifondazione, perché la convinzione è che della
manifestazione si debba tenere conto e che a questo punto il territorio
vada consultato attraverso un referendum. «Val di Susa-Vicenza una sola
resistenza», hanno urlato i no-base in corteo (oltre 20 mila euro di
spese). E come per la Val di Susa il momento più critico potrebbe
arrivare proprio con l’avvio dei lavori. Quando? «Probabilmente a
settembre», dice Cinzia Bottene. «Le imprese che vogliono partecipare
all’appalto hanno tempo fino al 6 marzo per segnalarsi. Finora sono una
settantina».

BOICOTTAGGIO - Per loro, aggiunge, Francesco Pavin «partirà
subito un’azione di boicottaggio. A cominciare dalle cooperative rosse:
Cmc di Ravenna e Cmr di Ferrara. Poi, ad avvio lavori, bloccheremo». In
quel momento al loro fianco ci sarà anche l’ex sindaco e vicepresidente
ulivista del consiglio regionale Achille Variati: «Senza risposte, in
cui ancora spero, è evidente che si arriverà all’occupazione dei
cantieri. Ma cosa vuole il governo, passare dal silenzio ai manganelli?
Qui è peggio della Val di Susa, non ci sono sindaci al fianco dei
cittadini», afferma Variati. Ci sarà anche Don Albino Bizzotto,
presidente dei Beati i costruttori di pace: «A Comiso ho preso le
botte, ora sono pronto a rifarlo se il governo non lascerà alla gente
che questa possibilità. Ma questa è democrazia?». E forse ci saranno
anche gli autonomisti veneti (in corteo con i vessilli di San Marco) ai
quali il disobbediente Luca Casarini dice: «Credo che con la base
autonomista sganciata dalla base romana e lombarda della Lega, potremo
fare grandi cose». Il sindaco azzurro Hullweck, che ieri ha polemizzato
su slogan e scritte del Gramigna, tuona: «Se bloccheranno i lavori, il
governo dovrà risponderne». E il dibattito tra comitati e movimenti si
accende. C’è chi pensa a sit-in sui prati del Dal Molin, chi a
barricate e scudi. E chi segue padre Alex Zanotelli nell’indicare come
esempio il pacifista scalzo Salvatore «Turi» Vaccaro (in Olanda ha
sabotato due F16). Ma sia chiaro: «Se non è successo nulla sabato non è
merito di Amato ma nostro. Così continueremo», sottolinea la capopopolo
Bottene. Che, con i Disobbedienti, però sottolinea: «Qui non è più
questione di violenza o non violenza, ma di legalità o non legalità:
illegalmente impongono la base, illegalmente la occupo. Anche se, come
propone Prodi, la spostiamo di cento metri verso la campagna».

Alessandra Mangiarotti sul Corriere

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