Torna la ‘Topolino’?

30 Agosto, 2007

 

UN ALTRO MITO CHE RISORGE? Dopo aver fatto rinascere la 500, la Fiat potrebbe rifare la Topolino (nella foto un modello del 1938), un'altra

 

UN ALTRO MITO CHE RISORGE? Dopo aver fatto rinascere la 500, la Fiat potrebbe rifare la Topolino (nella foto un modello del 1938), un’altra “micromacchina” che risponda alle esigenze di mobilità di base nelle città. Lo afferma il numero di settembre di Quattroruote, per il quale la nuova citycar potrebbe ospitare fino a quattro persone in meno di tre metri. Il mensile aggiunge che il progetto della piccola Fiat si preannuncia rivoluzionario, con trazione e motore posteriori rispetto alla tecnica impiegata comunemente di trazione e motore anteriori. Il propulsore dietro, aggiunge il giornale, è un vantaggio per la sicurezza poiché si elimina il rischio di intrusione nell’abitacolo in caso di incidente e perchè si tutela maggiormente l’incolumità dei pedoni. La Topolino, il cui vero nome commerciale è tutto da decidere, precisa Quattroruote, sarà un inedito bicilindrico a benzina di 900 cm3 turbo capace di viluppare tra 90 e 110 cv. Sarà innovativo anche lo schermo interno con i due posti supplementari posteriori rialzati, sopra il motore, per guadagnare spazio longitudinalmente. La citycar dovrebbe essere pronta per affrontare l’esame del mercato prima del 2009, conclude il mensile, sempre che la Fiat dia il via libera definitivo al progetto sviluppato in tutta segretezza a Torino.

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«Mutuo sempre più caro, costretta a vendere casa»

30 Agosto, 2007

Riporto una drammatica lettera pubblicata sul corriere di una ragazza che non riesce più a permettersi il mutuo per un appartamento di ben 40mq a Milano…

Dopo anni di affitto buttato al vento finalmente decido di comprare la mia prima casa. È la primavera del 2005, i tassi dei mutui sono bassi e le banche li tirano dietro. Trovo una casa piccola ma che amo dal primo momento. Me la compro da sola, con le mie forze e il mio stipendio. La rata è pari all’affitto mensile che pagavo prima. I conti tornano, ho fatto la scelta giusta. Ma anche un grande errore: opto per un tasso variabile forte delle rassicurazioni delle banche e anche del commercialista, tutti certi che, se oscillazioni ci sarebbero state, il tasso variabile sarebbe sempre risultato più conveniente rispetto a quello fisso. A due anni di distanza la mia rata del mutuo è cresciuta quasi del 50%, passata da poco più di mille euro al mese agli oltre 1.550 dell’ultima pagata qualche giorno fa. Ho chiesto spiegazioni alla banca fin dal primo aumento e hanno continuato a rassicurarmi: «Ha fatto la scelta giusta». La realtà però è che ad ogni mezzo punto di aumento del costo del denaro deciso dalla Bce, la mia banca ha aumentato il mutuo di oltre 80 euro al mese.
Ho letto che ci potrebbe essere un ulteriore aumento del costo del denaro ai primi di settembre, il che significa che la prossima rata mi costerà più di 1.600 euro. Francamente mi sembra di essere finita nelle mani di usurai, i quali, essendo ufficialmente banche, sono legalmente autorizzati a decidere rialzi folli a spese della gente onesta. La Lombardia ha stanziato un fondo per i giovani che acquistano la prima casa, ma per ottenere i contributi bisogna essere sposato. E io, anche se trentenne, sono single e non ne ho diritto. Però le tasse le pago ugualmente. Oggi il costo della rata è diventato impossibile da sostenere, ho tagliato tutto quello che potevo tagliare dalle mie altre spese con sacrifici enormi pur di salvare la mia casa. Ma non ce la faccio più, è diventato un costo impossibile. Non ho potuto far altro che vendere la casa, la mia prima casa. Per fortuna ho trovato già l’acquirente che, come me, si è innamorato di quei 40 metri quadri. È l’ultima decisione che avrei voluto prendere, ma l’unica che mi permette di non finire nei guai con il Tribunale che te la porta via.

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Novartis non chiude “la farmacia dei paesi poveri”

29 Agosto, 2007

Grazie agli 80mila italiani che
hanno firmato per impedire a Novartis di chiudere “la farmacia dei paesi poveri”!

L’India potrà continuare a produrre farmaci per i Paesi in via di sviluppo. Bocciato il ricorso della Novartis contro la legge Indiana sui brevetti. Il sollievo di milioni di medici e pazienti.

New Delhi/Roma, 6 agosto 2007 – L’Alta corte di Chennai ha emesso una sentenza storica che preserva la legge Indiana sui brevetti e dà torto alla multinazionale farmaceutica svizzera Novartis, che voleva far dichiarare illegittima la normativa che consente alle industrie indiane di produrre equivalenti generici di farmaci essenziali e salva-vita, finanziariamente accessibili per i Paesi in via di sviluppo.

“Questa sentenza è un grosso sollievo per milioni di pazienti e medici che operano nei Paesi più poveri e che dipendono in larga misura da farmaci prodotti in India – dice Raffaella Ravinetto , presidente dell’associazione umanitaria Medici Senza Frontiere in Italia – . La Corte Indiana ribadisce il diritto dei Paesi come l’India a emanare leggi che facciano proprie tutte le clausole di salvaguardia previste negli accordi internazionali sul commercio e scongiura il rischio di una ulteriore restrizione della possibilità di produrre farmaci generici, indispensabili per far fronte alle esigenze di salute pubblica delle popolazioni più vulnerabili. Chiediamo a tutte le multinazionali farmaceutiche e ai Paesi ricchi di rispettare la legislazione indiana e di smettere di spingere affinché i Paesi in via di sviluppo adottino regimi ancora più restrittivi in materia di brevetti sui farmaci”.

La Novartis aveva trascinato in giudizio il Governo Indiano per forzarlo a modificare la legge indiana sui brevetti in modo da ottenere una più facile e più ampia protezione della proprietà intellettuale per i suoi prodotti. Novartis affermava che la legge indiana – che consente entro certi limiti la produzione di versioni generiche di alcuni medicinali essenziali – non rispetta le regole fissate dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ma queste lamentale lamentele sono state giudicate prime prive di fondamento dall’Alta Corte di Chennay.

Fino al 2005 l’India non riconosceva brevetti sui farmaci: a partire dal 2005 – data entro la quale l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha richiesto ai Paesi in via di sviluppo di mettere in atto le nuove norme sui brevetti – l’India ha approvato una legge che prevede alcune misure di salvaguardia, come quella secondo cui i brevetti sono concessi solo sui farmaci realmente innovativi. Questo significa che le compagnie che vogliono brevettare semplici miglioramenti apportati a un principio attivo già in commercio, al fine di estendere ulteriormente il monopolio, non potranno farlo in India.

Novartis chiedeva che proprio questa clausola di salvaguardia per i pazienti fosse rimossa dalla legge indiana. Se la Corte avesse dato ragione alla multinazionale si sarebbe drasticamente ridotta la possibilità di produzione di farmaci in generici “made in India” che sono cruciali per il trattamento di malattie mortali in moltissimi Paesi in via di sviluppo.

“Medici Senza Frontiere tratta oltre 100mila malati di HIV in tutto il mondo e ben l’84% dei farmaci antiretrovirali che prescriviamo, pre-qualificati dall’Organizzazione Mondiale della salute, proviene dall’India – spiega la Ravinetto -. Molti Governi di Paesi in via di sviluppo e altre agenzie internazionali come l’Unicef e, la Clinton Foundation ed anche il Pepfar, dipendono dai produttori indiani di generici per l’approvvigionamento di farmaci contro l’Aids. Dobbiamo permettere all’India di continuare a essere la Farmacia dei Paesi Poveri”.

Oltre 420mila persone in tutto il mondo hanno firmato una petizione per chiedere a Novartis di ritirarsi dalla causa intentata contro il Governo Indiano, consapevoli che se Novartis avesse vinto l’impatto sarebbe stato devastante per l’accesso alle cure nei Paesi poveri. Tra i firmatari alcune personalità di rilievo tra cui il ministro Indiano della salute Anbumani Ramadoss, il Premio Nobel per la pace sudafricano Desmond Tutu, gli autori John Le Carré e Naomi Klein oltre a molti parlamentari e ministri europei e statunitensi e per l’Italia il sindaco di Roma, Walter Veltroni, il sottosegretario agli Esteri Patrizia Sentinelli e personaggi del mondo dello spettacolo come Beppe Grillo e Dario Fo.

[Medici Senza Frontiere] – Newsletter n.93

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Fannulloni, sprechi e rimborsi – Il folle federalismo delle Regioni

2 Agosto, 2007

In Piemonte e Sicilia gli stipendi più alti. La Toscana costa più dell’Emilia
Bilancio-record in Sardegna.

Michele Iorio, presidente della Regione Molise (Prisma)

Michele Iorio, presidente della Regione Molise (Prisma)

Perché il presidente del consiglio regionale
pugliese deve guadagnare quasi il triplo del suo collega umbro? E
perché un consigliere marchigiano deve avere un pacchetto di diarie e
rimborsi non tassato fino a tre volte più basso d’un pari grado
piemontese?
Ecco cosa ti viene in mente, a leggere i bilanci
comparati delle venti regioni italiane. Ed ecco, accecante, la prova
che la trasparenza è il cuore di ogni possibile riforma. Il punto di
partenza essenziale per capire come l’autonomia, il federalismo, il
principio sano della sussidiarietà siano stati interpretati da molte
assemblee regionali come un invito insano: fate quello che vi pare.
Ognuno per sé. Al punto che, in rapporto agli abitanti, il
«parlamentino» valdostano costa oltre 22 volte più di quello lombardo.

Tutti i dati, fino a ieri scomposti,
scoordinati, difficili da mettere insieme se non a prezzo di tanta
fatica e tanta pazienza, sono finalmente su Internet. A disposizione di
tutti. Sul sito della Conferenza delle Regioni e delle Province
autonome.Certo, a leggere i documenti non tutti sono stati puntuali
nelle risposte alle sollecitazioni della presidenza. Mancano, per
esempio, i dati delle sedute dell’assemblea, delle ore impiegate in
aula o delle riunioni delle commissioni del Molise, della Calabria,
della Campania. E molti altri ancora.

Lo sforzo fatto dai consigli
e coordinato da Alessandro Tesini, presidente del parlamento
friulano-giuliano, fossero a maggioranza di sinistra o a maggioranza di
destra, va però riconosciuto. er la prima volta i cittadini possono
fare dei confronti. Calcolare. Capire.

E arrabbiarsi, qua e là. Per
quale dannatissima ragione, citiamo un caso, la pensione- base dei
deputati regionali molisani, emiliani, liguri, veneti o marchigiani
corrisponde al 65% dell’indennità parlamentare, quella dei pugliesi al
90% e quella dei siciliani o dei friulani al 100%? E proprio qui sta il
rischio.

Portati allo scoperto ed esposti
finalmente al giudizio della gente, che potrebbe ricordarsene al
momento del voto, alcuni potrebbero essere tentati di fare marcia
indietro. E serrare il catenaccio tornando a rinchiudersi nel
fortilizio di prima, avvolto dalle nebbie.
Oddio, non che adesso sia
tutto chiaro. L’obiettivo della massima trasparenza nei bilanci (quello
siciliano ha sparpagliato in 7 posti diversi la stessa voce «acquisto
di libri, riviste e giornali anche su supporto informatico» perché i
128 mila euro spesi non dessero nell’occhio) è ancora lontano. Basti
dire che perfino due regioni vicine e politicamente gemelle come la
Toscana e l’Emilia Romagna, pur rispondendo al proprio organismo di
raccordo e non a cronisti impiccioni e sfaccendati, hanno presentato
ciascuna i propri dati secondo i propri parametri, una comprendendo e
l’altra no una voce fondamentale quale il costo del personale.
Risultato: occorre tirare le somme per proprio conto per scoprire che,
con mezzo milione di abitanti in meno, il «parlamento» fiorentino costa
quasi 10 milioni di euro più di quello bolognese.
Per non dire di
quello siciliano che, coi suoi quasi 157 milioni di euro (messi a
bilancio ma non inseriti tra i dati a disposizione sul sito internet di
cui scriviamo) costa quanto le assemblee di Abruzzo, Basilicata,
Emilia-Romagna, Liguria e Puglia messe insieme. Eppure è battuto, in
rapporto alla popolazione, non solo dal consiglio della Sardegna (57
euro per abitante o addirittura di più se al combattivo sito isolano
altravoce.net
risulta nel 2007 una spesa complessiva non di 95 bensì di 102 milioni
di euro) ma anche da quello trento-altoatesino. Dove, a sommare le
assemblee provinciali e quella regionale (che di fatto coincidono) si
sfiorano i 52 euro pro capite. Contro i 7,59 dell’assemblea lombarda,
che come dicevamo è abissalmente meno costosa di quella valdostana la
quale, pro capite, di euro ne pesa addirittura 169.

Tema: hanno senso questi squilibri?
C’entrano qualcosa con il diritto all’autonomia? C’è una ragione alla
base dell’enorme differenza tra la mole di lavoro dell’aula piemontese,
dove nel 2006 si sono tenute 97 sedute per un totale di 255 ore di
lavoro parlamentare e quella dell’aula lucana, dove le sedute sono
state 23 e le ore di sosta dei consigliere al loro seggio soltanto 55,
cioè un quinto? Boh… Misteri. Come misteriosi restano i motivi per i
quali la Toscana ha 10 gruppi consiliari e la Puglia 21. C’è più
democrazia sotto i trulli che sui colli del Chianti? O solo più casino?
Ancora più sbalorditivi tuttavia, per tornare all’incipit, sono gli
squilibri tra i diversi stipendi dei nostri rappresentanti. Stipendi
che, avendo la Conferenza delle Regioni insistito perché ogni assemblea
fornisse le cifre nette, vere, reali, in busta paga, rovesciano luoghi
comuni e riservano un sacco di sorprese.
Stando ai dati ufficiali
forniti dal sito infatti (arriveranno smentite?) i parlamentari
regionali più pagati non sarebbero affatto i siciliani ma i piemontesi.
Che tra indennità, diarie, rimborsi auto e benzina eccetera, possono
arrivare a 16.630 euro. Seguono i pugliesi (13.830), gli abruzzesi
(13.359), i lombardi (12.555) e giù giù tutti gli altri (i siciliani
stanno a 10.946) fino ad arrivare ai valdostani (6.607), ai trentini
(6.614) e, in coda, agli umbri: 6.597.

Non meno clamorose sono le differenze
«dentro» lo stipendio. Dove puoi scoprire, sbarrando gli occhi per la
sorpresa, che l’indennità dei deputati abruzzesi (7.274 euro: la più
alta) è più che doppia rispetto a quella dei confinanti colleghi
marchigiani, che non arrivano a 3.128 euro. E che il pacchetto di voci
non tassabili (diarie, rimborsi…) è di soli 518 euro per i valdostani
ma può schizzare da 2.482 fino a 10.176 per i vicini piemontesi.
Un
rapporto sbalorditivo. Più o meno simile a quello che c’è tra i
presidenti delle assemblee, che stando al sito guadagnano generalmente
esattamente quanto il governatore. Il più pagato, come si diceva, è
quello pugliese: 18.885 euro. Seguono i colleghi della Sardegna
(14.644), della Sicilia (14.329), dell’Abruzzo (13,844), della Calabria
(13.353) e via via, a scendere, fino a quelli della Toscana (7.498) e
dell’Umbria, che chiude a 7.102. Pagato poco più di un terzo di chi
guida l’assemblea barese. E torniamo al tema: cosa c’entrano con la
legittima e sacrosanta autonomia degli enti locali questi assalti alla
diligenza che negli anni, per colpa ora di maggioranze di destra e ora
di sinistra, hanno portato il presidente del consiglio dell’Abruzzo
(reddito pro capite 19.442 euro) a prendere quasi quattromila euro più
di quello dell’Emilia (reddito pro capite 28.870) e quello della
Calabria (reddito pro capite 14.336) più di quello della Lombardia
(reddito pro capite 30.028)? Non sarà il caso che si cominci finalmente
a distinguere tra il diritto all’autonomia e il vizietto di farsi gli
affari propri?

Gian Antonio Stella sul Corriere

Confronta i dati qui

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P2P in Italia, si chiede la legalizzazione

1 Agosto, 2007

Roma – Verrà presentata formalmente oggi in conferenza stampa una
singolare e per molti versi inedita proposta di legge che si focalizza
su un tema centrale nella Società dell’Informazione: Norme sulla
comunicazione al pubblico da parte di persone fisiche che scambiano
archivi attraverso reti digitali per fini personali e senza scopo di
lucro
. In pratica la proposta, di iniziativa dell’on. Marco Beltrandi (Rosa nel Pugno), chiede la legalizzazione delle attività personali di file sharing.

Spiega
Beltrandi: “Oggi le legislazioni nazionali sono gravemente sbilanciate
sul versante della sicurezza, causando un pesante sacrificio alla
libertà di accesso ai contenuti, all’informazione, alla conoscenza. Si
profila il rischio che il diritto d’autore, nato a garanzia
dell’innovazione e del progresso sociale ed economico, divenga in
alcuni casi un elemento di negazione della libera circolazione delle
idee, delle opere, dei contenuti”.

Il parlamentare, che fa diretto riferimento a Lawrence Lessig e al suo volume-culto Free Culture,
sottolinea quanto sia rilevante che per il timore che la condivisione
di contenuti porti a violazioni del diritto d’autore non si spinga
nella direzione opposta, ovvero costringere la società a fare a meno
dei vantaggi del P2P, “anche quelli – sottolinea Beltrandi -
completamente positivi e che non comportano tensione con i diritti
degli autori”.

La proposta, spiega Beltrandi, si basa su diversi
presupposti. Ad esempio, sostiene, “è ormai provato che la condivisione
gratuita dei contenuti online non danneggia i detentori dei diritti, ma
addirittura in alcuni casi induce un bisogno di cultura che
ha positive ricadute anche sul mercato. Una recente ricerca dell’Anica,
ad esempio, dimostra che tra chi fa file sharing vi è una maggiore
propensione ad andare al cinema rispetto al resto della popolazione”.

Non solo: in arrivo c’è la piattaforma Qtrax
in cui credono le major e che prevede l’accesso degli utenti ad un
sistema di condivisione di un catalogo da 20 milioni di brani, un
servizio finanziato tramite pubblicità e sponsorship.

Ma ci
sono anche altre esperienze che indicano la nuova strada, insiste il
parlamentare della Rosa nel Pugno, come la decisione del MIT di rendere
di pubblico dominio tutta la produzione scientifica di docenti e
ricercatori, oppure la distribuzione del videogame FIFA07 gratuita in
Corea del Sud, “pagata” dalle sponsorizzazioni, e via dicendo. Si
impongono cioè nuovi modelli che hanno come risultato consentire l’accesso ai contenuti.

A fronte di tutto questo, in Italia la legge, come ben sanno i lettori di Punto Informatico, considera di rilevanza penale la pura condivisione di file. Ciò non toglie che si abbia anche una responsabilità civile
per cui se spesso l’utente eventualmente pizzicato non viene perseguito
penalmente lo può essere (caso Peppermint docet) sotto il profilo
civile, magari perché i detentori dei diritti interessati cercano un
“risarcimento danni”.

“L’incriminazione del file-sharing – sottolinea Beltrandi – è una tipica ipotesi di reato artificiale
cui non corrisponde la percezione del disvalore del fatto da parte dei
consociati, per i quali lo scambio di materiali (pur illecito) è avvertito come naturale e culturalmente accettato.
Immaginiamo quale sarebbe il risultato di portare a giudizio centinaia
di giovani con l’imputazione di aver scambiato file protetti dal
diritto d’autore”.

Dunque, spiega il parlamentare, la proposta di legge intende puntare all’autorizzazione alla messa a disposizione del pubblico di file per fini personali senza scopo di lucro.
“Si introduce – sottolinea il promotore della proposta – un meccanismo
analogo alle licenze collettive in vigore nei paesi nordici con
l’obiettivo di delineare un quadro legislativo che promuova la capacità
dei titolari dei diritti di sviluppare una nuova generazione di modelli
di licenze collettive destinati agli utenti online, che siano meglio
rispondenti alle esigenze del mondo informatizzato”.

Il sistema
in questione si traduce nel promuovere accordi tra le società di
gestione collettiva significativamente rappresentative degli aventi
diritto e le associazioni rappresentative degli interessi degli
utilizzatori che definiscano le condizioni di uso delle opere
autorizzando lo scambio e la condivisione di contenuti digitali.
“Questo sistema di autorizzazione basato sull’acquisto volontario di
licenze collettive da parte degli utilizzatori – sostiene Beltrandi -
offre alla attività di file sharing una via ragionevole per diventare legale nel rispetto dei diritti degli autori e dei diritti connessi”.

L’articolato della Proposta sarà presto disponibile sul sito della Camera dei Deputati. La presentazione, come accennato, avverrà oggi, alle 10 presso la Sala Stampa di Montecitorio.

da Punto Informatico

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