Milano come Amsterdam

Luce accesa. Inizio del turno. La finestra è rossa di neon. La bella di
giorno sorride dietro il vetro. È libera, alle 4 del pomeriggio. Già,
in vendita: lei come i due appartamenti nello stesso stabile, «ampi
bilocali ben serviti dai mezzi pubblici». Milano non è Amsterdam. Ma in
via Antonio da Recanate la differenza si nota appena. Le ragazze
trasformano tinello e corridoio in un’unica vetrina del sesso.
L’offerta occupa tutte e sei le finestre al primo piano, gli addobbi
natalizi fanno atmosfera, i gerani spezzano il grigio-cemento della
facciata. Il mercato è una conversazione dall’alto verso il basso.
Pochi gesti per intendersi. Citofono. Porta. Prezzo. Tempo. «Sali?».

Il palazzo a luci rosse funziona così.
E in questo vicolino a due passi dalla Stazione Centrale, i passanti
sono quasi tutti clienti. Di un hotel, di un ristorante, di un bar da
vecchia Milano. E delle prostitute. «C’è di tutto lì dentro». Lo sa la
barista, l’edicolante, la commessa dello show room e pure il
carabiniere di quartiere: «Lì? Sì, è fattibile». Sono almeno vent’anni
che via Antonio da Recanate si svuota per lasciare posto a quel
«tutto». Italiane anziane del mestiere. Donne dell’est. Africane.
Sudamericane. Transessuali. Per le straniere «è un lavoro onesto, non
rubiamo e non diamo fastidio». Le altre abbozzano. Tutte vivono dove i
milanesi vendono, affittano, non vogliono più stare. Ma assicurano:
«Pochi anni per fare soldi e torniamo al nostro Paese». Qualcuna ha già
rinviato il rientro un paio di volte. Le quotazioni immobiliari vanno a
picco. Il citofono del civico 5, trenta passi dall’Ordine dei
giornalisti, è una parata di pulsanti unisex: Sheila, Jasmina, Paloma,
Monia, Susanna, Giulia, Gaia… Giri l’angolo e gli stessi nomi sono
per strada, sui marciapiedi. Via Napo Torriani si offre fino alla
chiesa di San Camillo. Al 7 di via Vitruvio diciotto famiglie si
dichiarano «in ostaggio di due trans». Giri l’angolo, «e tutta la zona
è così», sbottano dal comitato dei residenti.

Inutili le lettere, le denunce, gli appelli.
Le riviste a luci rosse portano qui. La tratta è un reato difficile da
colpire. Gli sfruttatori sono ombre. Le ragazze, nove su dieci, sono
schiave. Vittime di un debito che arriva a 50 mila euro. Vendute.
Ricattate da fidanzati-criminali. Picchiate. Alle ragazze, per sfuggire
a carabinieri e polizia, basta il permesso di soggiorno. Qui come
altrove. Zona San Siro, Monumentale, Loreto, Porpora, Fiera. «È tempo
che il Comune intervenga su questo fenomeno con tutti gli strumenti a
disposizione», riflette Carlo Montalbetti, anima dei comitati e
consigliere della lista Ferrante. Sabato scorso ricorreva la giornata
contro la violenza sulle donne. In città, secondo le stime
dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, vivono duemila
prostitute. In ordine decrescente: nigeriane, albanesi, romeni,
bulgare. Nelle strade. E nelle case, in vetrina. È il vero Expo di
Milano. «Il fenomeno è in crescita», sottolinea don Roberto Davanzo,
direttore della Caritas Ambrosiana. Lo dicono i numeri, le strade e le
finestre, e «serve il coraggio d’indignarsi, sempre, altrimenti si fa
diventare normale qualcosa di aberrante, la mercificazione del corpo e
delle dignità femminile». E agli uomini che quella dignità la comprano,
don Davanzo chiede «d’interrogarsi». E di farlo a fondo. Come chiede
alle istituzioni: «Solo da loro può partire una vera battaglia
culturale». La luce è sempre accesa. I soliti gesti. Citofono, porta,
prezzo … E invito: «Sali?». Il pensionato con il giornale
sottobraccio imbocca la portineria. Poi l’immigrato, il ragazzotto
palestrato. Sono le venti, ormai, in via Antonio da Recanate. Cambiano
le ragazze alle finestre. Inizia il turno serale.

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2 Responses to Milano come Amsterdam

  1. Andrea ha detto:

    BASTA CON LA PROSTITUZIONE: ASCOLTIAMO LA VOCE DELL’UNICA ASSOCIAZIONE VITTIME ED EX VITTIME DELLA TRATTA…
    … e dei loro amici “clienti – ex clienti”

    Il tema della tratta e della prostituzione occupa ampi spazi mediatici: perché non si ascolta anche la voce delle vittime della tratta, oggi organizzate in associazione? Perché non si ascolta la voce dei clienti che non vogliono essere più complici del traffico?

    Ecco come la pensano le vittime della tratta
    Noi giovani africane, clandestine, vittime della tratta, costrette a prostituirci, invitiamo a considerare che centinaia di ragazze sono morte attraversando il deserto per arrivare qui; 200 sono state assassinate; migliaia sono state massacrate di botte e sono finite in ospedale; migliaia non sono andate in Ospedale per paura di essere arrestate; centinaia sono ricoverate nelle strutture psichiatriche perché la devastazione non è solo fisica; centinaia hanno abortito clandestinamente:
    Migliaia di ragazze sono state rimpatriate e sottoposte a vessazioni e violenze; decine sono morte nelle prigioni nigeriane, dove erano state rinchiuse dopo il rimpatrio, senza che nessun familiare pagasse il loro riscatto; centinaia sono finite nelle prigioni italiane o nei CPT, altre prigioni, perché hanno violato l’obbligo di lasciare il paese.
    Circa mille minorenni sono sfruttate sessualmente; migliaia sono sfruttate con la complicità delle famiglie; migliaia di nigeriani vivono regolarmente in Italia sfruttandoci; migliaia di persone lavorano in Italia, in servizi creati contro la tratta; migliaia di ragazze che credono in Dio e frequentano le chiese cristiane, sono ingannate e sfruttate da predicatori più vicini alle maman che alle nostre sofferenze; migliaia sono rimaste segregate anche quando in patria sono morti genitori e fratelli.
    Tuttavia, per tutti, noi siamo solo prostitute o ex prostitute, anche se prostitute non abbiamo scelto di esserlo, non vogliamo esserlo, non lo siamo o non vogliamo esserlo più e, spesso, siamo già libere, amiche, sorelle, fidanzate, mogli di uomini italiani o africani con i quali abbiamo anche dei figli..
    Dimezzare il numero delle vittime della tratta è possibile, basta crederci, promuovere la cultura dell’accoglienza, favorire le regolarizzazioni, introdurre la figura dello sponsor, accompagnare l’uscita dalla clandestinità, darci voce e concedere agevolmente un permesso di soggiorno di breve durata per cercare lavoro e casa.
    Provate a pensare: noi non siamo più clandestine, non siamo più in strada, sparisce subito il 50% della prostituzione, niente retate, niente CPT, niente stupri, niente violenze. Davvero credete che saremmo così stupide da non approfittarne? Capiremmo che non c’è bisogno del malaffare per vivere in Italia: per trafficanti sarebbe la fine del businnes, quindi, sarebbe la fine della tratta.
    Isoke Aikpitanyi (portavoce della Associazione le ragazze di Benin City – Vittime ed ex vittime della tratta)
    rbc_isoke@yahoo.it
    cell 340 7718024

    Ed ecco come la pensano i clienti
    La maggior parte dei clienti sono persone con problemi affettivi, sentimentali, relazionali, sessuali; con l’auto-mutuo aiuto molti li superano e diventano risorsa contro la tratta: il 90% delle ragazze che ne escono sono accompagnate e sostenute da un uomo, cliente ex cliente che è diventato loro amico, fidanzato, marito.
    Poco ci interessano le improduttive, quantunque talora giuste, criminalizzazioni dei clienti; meglio sarebbe, tuttavia, seguire l’invito della Pastorale Pontificia a fare informazione e prevenzione per i clienti; ne dimezzeremmo immediatamente il numero, perché daremmo a persone in difficoltà con se stesse, un alto obiettivo umano e morale da raggiungere non attraverso costosi interventi, ma con un responsabile mutamento del loro comportamento e del loro stile di vita.
    Ci autofinanziamo, avviamo le ragazze alle varie comunità, autogestiamo una nostra struttura, le spingiamo a non pagare il debito e a presentare denunce, chiediamo alle forze dell’ordine di tutelare la loro incolumità, creiamo percorsi scolastici con insegnanti volontari, pubblichiamo studi e articoli per sensibilizzare l’opinione pubblica e in strada ci torniamo solo per distribuire volantini ai clienti, rivolgendoci a loro da uomo a uomo – da cliente a cliente, cercando di sensibilizzarli. A Benin City attiviamo il micro-credito affinché le ragazze non partano più e per le rimpatriate, respinte dalle famiglie, presto apriremo una casa di accoglienza.

    Andrea Pintoni (Progetto la ragazza di Benin City)
    Mail prbcpavia@yahoo.itandry1978@tiscali.it
    Cell 3280983425
    http://www.inafrica.it
    http//digilander.libero.it/voceribelle

  2. Luisa ha detto:

    sono daccordo. Come associazione donne di Villafranca stiamo preparando una conferenza in data 2 novembre e vorremmo contattare la vs. associazione per un possibile intervento di un ex-cliente e ex-prostituta
    Grazie

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