Norvegia: illegale il DRM di Apple

26 gennaio, 2007

Arriva dalla fredda penisola scandinava la prima sentenza ammazza-FairPlay, destinata forse a influenzare il futuro di iTunes e dello stesso mercato della musica digitale in rete: il Norwegian Consumer Ombudsman, che scandaglia il mercato alla ricerca di pratiche illecite e contrarie all’interesse dei consumatori, ha dichiarato fuori legge la tecnologia di restrizione delle copie integrata nei file musicali acquistati dal celebre store di Apple.

Il Garante si è pronunciato dopo aver ricevuto una denuncia dal Forbrukerradet, associazione di consumatori norvegesi, che accusava Cupertino di agire secondo pratiche contrarie agli interessi degli utenti e del mercato: FairPlay impedisce di ascoltare i brani di iTunes su un player che non sia iPod.

Il crippleware della Mela, finito ancora sotto accusa dopo la presentazione di iPhone, è ora al tappeto nel paese dei fiordi: secondo quanto riportato da Torgeir Waterhouse, consulente del Forbrukerradet, il pronunciamento “non poteva essere più chiaro di così. FairPlay è una tecnologia di blindatura illegale il cui scopo principale è quello di limitare i consumatori allo scatolotto confezionato da Apple. In pratica questo significa che iTunes Music Store sta provando ad uccidere uno degli elementi costitutivi fondamentali in una società digitale ben funzionante, l’interoperabilità, allo scopo di aumentare i profitti”.

Secondo il legale, l’Ombudsman (letteralmente, difensore civico) ha comunicato ad Apple che, per la legge norvegese, FairPlay è illegale: la società dovrà rimuovere la blindatura o presentarsi in tribunale. “Siamo davanti ad un progresso enorme, che augurabilmente aprirà la strada a tutti i consumatori del mondo per riottenere il pieno e legittimo controllo della musica regolarmente acquistata”, dice ancora Waterhouse.

Nella visione che ne dà l’associazione dei consumatori, e che l’ombudsman ha deciso di accogliere, la tecnologia DRM di Apple non è semplicemente uno schema di protezione dalla copia: è molto di più, tanto da dover essere considerato come una parte fondamentale dei termini di contratto tra chi propone il servizio (Apple stessa) e chi lo riceve (gli utenti che acquistano su iTunes). In virtù di ciò, per rispettare le leggi norvegesi, FairPlay dovrebbe garantire un equilibrio tra i diritti di utilizzo della musica e le restrizioni stabilite dallo store che ne fa uso.

Secondo il Forbrukerradet, Apple ha ora davanti a se tre strade: dare in licenza FairPlay a chiunque lo voglia per poter integrare la lettura dei brani di iTunes su lettori diversi da iPod, sviluppare in associazione con altri uno standard aperto o abbandonare del tutto la tecnologia anti-copia. In ognuno dei tre casi, l’utente vedrà ristabiliti i propri diritti sulla musica acquistata e Apple perderà quello che è finora stato un controllo totale sul polposo mercato dei brani digitali protetti compatibili con iPod.

La risposta di Apple non si è fatta attendere: un portavoce parla di un’azione di concerto con le autorità per risolvere al più presto la questione, e della speranza in quel di Cupertino che i governi europei incoraggino “un ambiente competitivo che faccia crescere l’innovazione, protegga la proprietà intellettuale e permetta ai consumatori di decidere quale prodotto debba avere successo”.

Sia come sia, mai come ora si prospetta un futuro incerto per le DRM applicate alla musica digitale: le restrizioni da copia vengono date per spacciate da più parti, le major le abbandonano sul vecchio ma ancora vitale CD-Audio e si cominciano a intravedere alternative possibili per commercializzare musica online.

Dopo la bocciatura norvegese, per FairPlay si attendono le forche caudine di iniziative pro-consumatori analoghe intraprese in Francia e Germania. Senza considerare la dot.com DoubleTwist, dietro la quale opera niente meno che DVD Jon, l’hacker norvegese (guarda un po’ il caso) anti-grimaldello per eccellenza: l’alfiere del fair play ha espresso l’intenzione di rivendere il DRM di Apple a chiunque fosse interessato, dopo averne completato il reverse engineering.

Alfonso Maruccia su Punto Informatico

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Migliaia di proiettili spaziali

24 gennaio, 2007

Minacciano satelliti e astronauti Si sono diffusi come i pallettoni di un fucile da caccia. Ricadranno anche sulla Terra

I frammenti di un satellite artificiale colpito da un
missile durante un esperimento effettuato dai cinesi si stanno
espandendo nello spazio circum terrestre come i pallettoni di un fucile
da caccia e le agenzie spaziali di tutto il mondo sono in allarme a
causa della «strage di satelliti» che potrebbe scaturire da questa
imprevista diffusione di detriti-proiettile.
«Il test ha creato
una grande quantità di detriti metallici di varie dimensioni, forse 300
mila –ha dichiarato Peter Hays, consigliere del National Security Space
Office del Pentagono-. A questo punto le probabilità che qualche
satellite in orbita bassa possa essere colpito e danneggiato dai
frammenti sono elevate. La stessa Stazione Spaziale Internazionale è in
pericolo».

ROTTA LA MORATORIA – Il test anti-satellite cinese è stato effettuato

Il satellite Fenguyn 1C (da Internet)
Il satellite Fenguyn 1C (da Internet)

l’11 gennaio scorso, rompendo una moratoria su questo
tipo di esperimenti nello spazio che durava fin dal 1985. I cinesi
hanno utilizzato un missile balistico intercontinentale lanciato fino a
865 km di altezza, dove orbitava il vecchio satellite meteorologico
Fengyun 1C, a quanto sembra ormai non più attivo. «La tecnologia
adottata per questa azione da “guerre stellari” si è rivelata molto
precisa ma è anche molto elementare -assicura Laura Grego, un’analista
spaziale che fa parte del movimento “Union of concerned scientist” ,
un’associazione mondiale che riunisce gli scienziati preoccupati per
gli usi distruttivi della tecnica- Infatti non sembra che sia stata
adoperata alcuna testata esplosiva. La distruzione del
satellite-bersaglio è avvenuta solo in virtù della elevata energia
cinetica che animava entrambi gli oggetti». Insomma un crash spaziale
fra corpi animati da velocità di migliaia di chilometri l’ora che,
comunque, ha ridotto in una miriade di frammenti, grandi e piccoli, sia
il missile sia il satellite. Dal punto in cui è avvenuto l’impatto la
gragnuola dei pezzi si sta allargando a ventaglio, mettendo a rischio
tutto i numerosi apparati spaziali che incontra lungo il suo cammino.

«FIREBALLS»- «Ruotando attorno alla Terra, i
frammenti, finora, si sono espansi in una fascia orbitale che va da
circa 400 a 3000 km di altezza –ha calcolato Theresa Hitchens,
responsabile del Center for Defense Information-. Si stima che in
quell’area orbitino circa 120 diversi tipi satelliti: per
telecomunicazioni, meteorologici, ambientali, militari, che potrebbero
essere messi fuori uso dall’impatto di uno dei detriti. Quel che è
peggio è che ci vorranno anni prima che tutti quei proiettili vaganti
si diradino e non costituiscano più un pericolo. Molti di essi
ricascheranno sulla Terra disintegrandosi nell’atmosfera». Dunque non è
escluso che nei prossimi giorni potremo assistere a fenomeni chiamati
dagli astronomi «fireballs» (palle di fuoco) dovuti all’ingresso
nell’atmosfera dei detriti spaziali cinesi.
STAZIONE SPAZIALE A RISCHIO – La preoccupazione
maggiore,ovviamente,è per la Stazione spaziale internazionale (ISS), la
grande struttura orbitale che ruota a circa 400 chilometri di altezza,
in cui si alternano astronauti di varia nazionalità. Se un frammento
dovesse bucare uno degli scompartimenti pressurizzati in cui vive
l’equipaggio sarebbe un disastro. In questo caso, ma anche nel caso
meno drammatico di danni a satelliti operativi, gli esperti di diritto
spaziale invocheranno l’Outer Space Treaty, un vecchio trattato del
1967 che attribuisce agli Stati la responsabilità dei danni
eventualmente provocati dai propri oggetti spaziali. L’esperimento
anti-satellite cinese ha riaperto la questione se non debba essere
stipulato un nuovo trattato per mettere al bando esperimenti di questo
tipo, anche perché, secondo molti analisti militari e spaziali, la
tecnologia impiegata dai cinesi è ormai alla portata di diversi altri
Paesi emergenti dotati di arsenale missilistico.

Franco Foresta Martin sul Corriere

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Occhio, scaricare file protetti rimane illegale

22 gennaio, 2007

L’ANSA parla di una rete P2P, il Corsera spiega che se si scarica senza fini di lucro “va bene” e alcune radio e telegiornali riprendono in questi stessi termini la notizia di Punto Informatico
pubblicata lo scorso venerdì. Ce n’è abbastanza per creare un caos
mediatico senza precedenti. Ma l’approfondimento giuridico pubblicato
da PI su una sentenza della Cassazione, relativa a fatti avvenuti
diversi anni fa, non ha niente a che vedere con quanto circolato negli
ultimi due giorni.

Prima di tutto appare necessario un chiarimento, che anche FIMI diffonde nelle ore di questo piccolo delirio mediatico e che corrisponde a quanto i lettori di PI già sanno perfettamente, ovvero che scaricare senza autorizzazione file protetti da diritto d’autore non è legale:
le normative attuali prevedono che il semplice download sia
sanzionabile sul piano amministrativo mentre la condivisione di
materiali protetti è a tutti gli effetti perseguibile penalmente. Il
fatto quindi che scaricare file senza condividere non sia un reato non è dunque una novità: è, e rimane, un illecito. Che poi questo sia difficilmente perseguibile è tutto un altro paio di maniche.

Archiviando
così le ipotesi fatte dai maggiori organi di informazione
sull’esistenza di una rete P2P nel caso trattato dalla Cassazione e
ripreso da Punto Informatico, è necessario chiarire che il caso stesso
si riferiva all’uso di un server FTP, il cui funzionamento e la cui
natura sono evidentemente del tutto diversi da quelli di una rete
peer-to-peer.

Ma il punto non è questo, il punto chiave è che i fatti di cui al caso giunto all’attenzione della Cassazione risalgono al 1999
ed è sulla normativa di riferimento dell’epoca che la massima corte si
è espressa. Dal 2000 ad oggi sono almeno cinque le importanti modifiche
alla legge sul diritto d’autore (633/41) introdotte nell’ordinamento
italiano, dalle modifiche della 248/2000 al recepimento della EUCD, la
Direttiva europea sul Copyright, fino alla famigerata Legge Urbani e
alle ulteriori sue successive modifiche.

Di fatto, dunque, la sentenza della Corte di Cassazione depositata il 9 gennaio 2007 non cambia nulla sul fronte dei sistemi di file sharing o delle discipline attuali.

Detto
questo, e chiarito l’inedito caos mediatico di questi giorni, è
interessante notare come si sia registrato su newsgroup, mail list e
blog una sorta di applauso collettivo per una
sentenza interpretata come detto sopra, vissuta come un disastro solo
da SIAE e altre organizzazioni la cui attività ha tutto da guadagnare
dall’attuale disciplina del diritto d’autore.

Roberto Maroni, uno dei leader della Lega, già autodenunciatosi
come downloader illegale, ha parlato addirittura di “sentenza
rivoluzionaria”. Ecco, forse tutto questo dovrebbe insegnarci che
scaricare file ad uso personale, attività a quanto pare praticata da
milioni di italiani incuranti delle normative, è vissuta da molti, da
moltissimi – lo diciamo da anni – come un fatto naturale, qualcosa che la legge, questa volta sul serio, potrebbe essere chiamata a rendere legale.

Se
si considerano le dichiarazioni pre-elettorali di esponenti
dell’attuale maggioranza e le recenti dichiarazioni di Maroni, si
potrebbe coltivare l’illusione che ci sia persino una volontà politica
per la trasformazione delle normative attuali. Possiamo solo sperare
che i fatti di questi giorni diano a quella volontà lo spunto
necessario per mettersi in moto.

Nota
Qui di seguito aggiungo un parere su tutta la vicenda che ci è giunto ieri da Carlo Sgarzi, giovane studente in giurisprudenza e attento osservatore delle cronache recenti sull’argomento.

Continua a leggere la notizia in una nuova pagina

Paolo De Andreis su Punto Informatico


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Vicenza, sit-in davanti alla Camera

19 gennaio, 2007

Alla protesta di associazioni e sindacati contro la base militare Usa partecipano i senatori di Prc e del gruppo Pdci-Verdi
Non si placa lo scontro nell’Unione sull’ampliamento della base Usa di
Vicenza e le polemiche investono di riflesso il rifinanziamento della
missione in Afghanistan. Oggi alle 16 davanti Montecitorio è previsto
il sit-in delle associazioni e sindacati «No War» sotto lo slogan «No
alla base militare USA a Vicenza», manifestazione alla quale hanno
annunciato la propria partecipazione i senatori del gruppo di Prc e
quelli del gruppo Pdci-Verdi.

Proprio il senatore dei Verdi, Natale Ripamonti, precisa che l’ampliamento della base vicentina non è nel programma dell’Unione.
«Il
programma dell’Unione -spiega- non prevede l’ampliamento delle servitù
militari. Pertanto la decisione del governo sulla base di Vicenza è
incomprensibile». Intanto il tema, come informa il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio, Enrico Letta, «non è stato toccato in Consiglio dei ministri». Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella,
sottolinea che il decreto che rifinanzia la missione italiana in
Afghanistan «non può essere messo in connessione» con la questione
dell’ampliamento della base Usa di Vicenza. Nella maggioranza ci sono
«diverse idee sulla politica estera, ma credo che in Parlamento – dice
Mastella – il provvedimento passerà con i voti della maggioranza».

Il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti,
parla di «problema tutto interno alla coalizione. Anche se per ipotesi
dovessimo dare i nostri voti al rifinanziamento della missione in
Afghanistan, si tratterebbe di un consenso che la sinistra radicale non
potrà mai accettare». Intanto alla base di Vicenza il 25 e 26 gennaio
farà una visita conoscitiva la Commissione Difesa del Senato. Il
presidente della Commissione, Sergio De Gregorio, dice «personalmente
sono convinto che il governo Prodi aveva il dovere di ribadire la
propria adesione».
Corriere.it

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Antitrust: «Benzina anche negli ipermercati»

19 gennaio, 2007

Si agita il mondo della vendita dei carburanti dove
anche l’Antitrust è scesa in campo sul settore della distribuzione e ha
inviato una segnalazione a Governo, Parlamento e Regioni per
sollecitare la «rimozione dei vincoli locali e l’apertura della rete».
A cominciare, si legge nel documento, dalla vendita dei carburanti
nella grande distribuzione – ipermercati e supermercati in prima linea
– passando per la liberalizzazione degli orari. E, ancora, chiede
«l’eliminazione delle barriere all’ingresso» nonché maggiore
«trasparenza per i consumatori» con più «pubblicità per ridurre i
prezzi».

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Dopo la base Usa di Vicenza scoppia il “caso-Afghanistan”

18 gennaio, 2007

Fini attacca Prodi: “Non andremo in soccorso al governo”. Rifondazione:
serve un forte elemento di discontinuità. Pecoraro: sulla base Usa di
Vicenza Prodi sbaglia

Dopo il sì di Prodi all’ampliamento della base Usa a Vicenza, nella
maggioranza scoppia una nuova polemica sull’Afghanistan, a poche
settimane ormai dall’approdo del decreto in Parlamento. Con la sinistra
radicale in prima fila nel mettere sulla graticola, nuovamente dopo sei
mesi, il governo sulla missione italiana all’estero. Le due questioni,
dice però Franco Giordano (Prc), «non sono automaticamente collegate».
E l’esigenza, prosegue, è di «continuare a mantenere aperto un
confronto sul tema dell’Afghanistan e determinare le condizioni per un
forte elemento di discontinuità». Detto questo, però, ci tiene a dire:
su Vicenza «abbiamo riproposto da sempre in ogni contesto e con ogni
modalità la nostra contrarietà alla base». Mentre il collega Gennaro
Migliore, capogruppo di Rifondazione alla Camera, aggiunge:
«Sull’Afghanistan dovremo valutare quale sia l’atteggiamento del
governo sia in sede internazionale sia in quella nazionale». Ma ieri,
Migliore aveva spiegato di non aver timori a votare no al decreto se
non muterà il quadro.

Più netto il verde Alfonso Pecoraro Scanio
che ribadisce la sua contrarieta all’ampliamento della base di Vicenza,
definendo «sbagliata» la decisione presa da Prodi. E che
sull’Afghanistan, senza mezzi termini, ha già annunciato che senza exit
strategy i Verdi voteranno NO. E oggi sottolinea: «La missione in
Afghanistan era già chiara a giugno: si è detto chiaramente che alla
fine dell’anno avremmo avuto dei dati sul monitoraggio di cosa stava
succedendo e sul segno di discontinuità su quella missione». Anche per
Pino Sgobio (Pdci) «la missione in Afghanistan ha necessità di
imprimere una svolta, un cambiamento, altrimenti sarà difficile
sostenerla. Questa non è una minaccia ma una semplice constatazione,
coerente con quanto abbiamo sempre sostenuto, tenuto conto di come
vanno le cose in quel martoriato Paese».

FINI: NIENTE SOCCORSO AL GOVERNO
La
Cdl attacca duramente. Il leader di An, Gianfranco Fini, dice: «Non è
compito dell’opposizione andare in soccorso del governo» sul
rifinanziamento della missione in Afghanistan. E si chiede se «la
maggioranza c’è ancora su questa questione. Sono convinto – ha
sottolineato Fini – che le minacce della sinistra radicale sono armi
spuntate. Il can che abbaia non sempre morde…». Mentre sulla vicenda
della base Usa a Vicenza, accusa: «È ancora più grave la colossale
bugia che Prodi ha detto quando ha affermato che il governo precedente
non lo aveva informato. Bastava che prendesse visione di quanto
comunicato al Parlamento. La posizione della sinistra radicale conferma
che l’accusa di Berlusconi a questo governo di antiamericanismo è
fondata». E Fabrizio Cicchitto (FI) aggiunge: «In Afghanistan c’è
un’azione per contenere le componenti terroristiche. In Italia abbiamo
una estrema sinistra che parla di pace e poi prepara un ritiro che
rappresenterebbe un contributo al ritorno dei talebani in tutto il
paese. Si sta giocando con il fuoco, la parola pace viene usata a
sproposito».

da La stampa

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Prodi: «Su Vicenza la decisione è presa»

18 gennaio, 2007
Il premier Prodi (Ap)

Indietro non si torna. Su Vicenza la «decisione è presa» ammonisce Prodi. «Un problema politico non si pone certo per l’ampliamento di una base militare; non si pone» spiega. E poi lamenta che non ci sia stata sufficiente informazione sulla decisione assunta dall’esecutivo Berlusconi. «Noi non ne sapevamo nulla e credo che queste decisioni vadano prese con maggiore conoscenza da parte dell’opinione pubblica». L’«iter è stato troppo riservato» denuncia. «Ma del resto quando si va al governo ci si deve assumere la responsabilità sia dell’attivo che del passivo del passato e poi lo si deve gestire».

UNIONE DIVISA – Ma all’interno della maggioranza continua la polemica. Dopo le parole di ieri del presidente del Consiglio che aveva sottolineato che l’esecutivo «non si opporrà all’ampliamento» della base, Rifondazione, Pdci e Verdi ribadiscono la loro contrarietà e annunciano battaglia. E intanto Pecoraro apre un altro fronte destinato a far entrare in sofferenza la coalizione, l’Afghanistan: «Senza un exit-strategy voteremo no al rifinanziamento della missione».

LETTA: COSTRETTI AL SI’ – In prima fila anche i deputati dell’Ulivo eletti in Veneto. «Il governo ci ha detto solo bugie – spiegano in una conferenza stampa sette parlamentari (Laura Fincato della Margherita, Elettra Deiana, Gino Sperandio, Tiziana Valpiana del Prc, Luana Zanella dei Verdi, Lalla Trupia dei Ds e Severino Galante del Pdci) -. Prodi, Parisi e D’Alema ci avevano spiegato che non c’era nessun impegno preso da parte del governo italiano, noi ci opporremo in tutti i modi a questo insediamento militare». Per manifestare la propria opinione hanno voluto incontrare il sottosegretario alla presidenza, Enrico Letta: «Ci ha detto testualmente – riferisce Severino Galante del Pdci – che il governo è stato costretto a prendere questa decisione. Noi non abbiamo indagato sulla natura di queste costrizioni, però…». «È pronto – afferma Elettra Deiana (Prc) – un appello firmato già da 35 senatori e da tantissimi deputati. Saremmo – continua – più di 120 in tutto».

BERTINOTTI – «Ogni atto che vada nella direzione della pace, compresi quelli con cui si impediscono nuove forme di organizzazione e di presenza militare sono buone cose» reagisce il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, intervistato da GrParlamento. Più in generale, rispetto ai rapporti tra Italia e Stati Uniti, Bertinotti osserva che i due termini di «filo americanismo e antiamericanismo» derivano da «visioni caricaturali e fuorvianti». Il problema è quello della conquista da parte dell’Italia e dell’Europa di una «autonomia rispetto alle altre potenze mondiali». Secondo Bertinotti «l’Europa si sta incamminando in questa direzione», ma «naturalmente è più facile essere autonomi dai deboli che non dai forti».

RUTELLI – Di parere diametralmente opposto il vicepremier Francesco Rutelli: «Prodi ha espresso una posizione unitaria a nome del governo e ha tutto il mio appoggio» sostiene Rutelli.

 

 

dal Corriere

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