Cari leader non siete più credibili

Dibattito sul riformismo, nuovo contributo dell’economista che ha lasciato polemicamente i Ds

Conviene partire dalla sera dell’ultimo dell’ anno.
Conviene partire dalle parole del Capo dello Stato sulla distanza fra
la politica e la società e dal suo invito agli italiani a colmare
quella distanza, a tornare a guardare alla politica non più come altro
da sé. E dal corrispondente invito alla politica a dare di sé
un’immagine tale da giustificare una ritrovata fiducia da parte dei
cittadini. Parole sante, come si dice. Ma, sia detto con il massimo
rispetto per chi le ha pronunciate, forse anche parziali. Perché il
punto non è tanto – a mio modestissimo parere – quello del rumore della
politica (che, sia chiaro, c’è ed è spesso molto sgradevole) ma quello,
assai più serio, della qualità della politica che quel rumore sottende.
Una qualità che porta oggi gli italiani non già all’irritazione e
all’invettiva ma all’indifferenza. A considerare la politica come un
peso di cui non è possibile liberarsi ma che, appunto, è solo un peso.
Fastidioso e spesso ingiustificato. Maprima di affrontare quel punto,
una premessa è essenziale, a scanso di equivoci. Chi scrive pensa non
solo, come si dice con una punta di retorica, che i partiti sono uno
strumento essenziale della democrazia, ma che la politica si fa, in
primis, dentro e con i partiti. Comprendendone il ruolo,
interpretandone i rituali, rispettandone le forme, ricordandone la
storia, percorrendone tutte le articolazioni. Tutte attività non sempre
gratificanti e a volte anche un pochino noiose ma senza le quali non si
comprende, al tempo stesso, la durezza e la ricchezza della politica.
E chi scrive ne è tanto convinto che nel 2001 – memore
della indicazione di Mitterrand ad un noto intellettuale francese del
suo tempo – non ha chiesto di essere candidato a Siena o a Modena
(nessuno si offenda, per favore, ho fatto solo due esempi) ma in un
collegio meridionale saldamente tenuto da parecchi anni dagli
avversari. Ciò detto, torniamo alla qualità della politica. Allentatosi
il vincolo della ideologia, la politica è oggi più di tante altre cose,
credibilità. Credibilità della classe politica nel suo insieme e
credibilità dei singoli che fanno politica. E una politica credibile è
quella che crede in quello che dice ed in quello che fa, o che cerca di
fare. E’ tutto qui il dibattito sul riformismo che andiamo facendo da
qualche tempo o, meglio, da qualche anno. Non riguarda solo i risultati
– che pure sono piuttosto magri – ma la convinzione che dovrebbe
animare i protagonisti di quel dibattito. Cosa pensereste di un grande
manager che oggi indica nel mercato cinese una opportunità da non
mancare e promette, di lì a qualche tempo, di sbarcarci in forze e poi,
qualche tempo dopo, vi dice che sì, poi, in fondo, il mercato cinese
non è così importante? E cosa pensereste di un leader politico che a
novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un
punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio
conclude che, in La citazione fondo, la cosa non è poi così urgente?
Non pensereste quello che pensano molti italiani? E, gentilmente, non
si tiri fuori l’argomento francamente un po’ deboluccio relativo alle
difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica. Alla
fatica – che c’è, lo sappiamo – della costruzione politica. Alla
incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può
perdere. Il punto è un altro: da una classe politica si chiede – avrei
voluto scrivere, si pretende – che spenda il proprio tempo a pensare
come evitare o superare quelle difficoltà. La politica – mi si perdoni
la franchezza – non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli
che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace. E se
non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci. Le
difficoltà in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l’odierna azione di
governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui –
anche grazie a qualche editoriale domenicale non sempre illuminato –
non un solo giorno è stato speso per costruire la cultura e le
condizioni che sarebbero servite a governare e non è lecito, oggi,
usare quelle difficoltà come un’attenuante. (E l’argomento vale,
mutatis mutandis, per il governo della passata legislatura.) Si è
seminato male e quindi si raccoglie poco. E si è seminato male perché
non si credeva fino in fondo in quel che si diceva di voler fare. Una
politica credibile è una politica che rischia e che si assume
responsabilità. Che si espone al pericolo di perdere perché solo così
si vince.
Che non trasforma un grande progetto politico come
quello del Partito democratico – evidentemente difficile e rischioso –
in un piccolo espediente tattico. Per quel pochissimo che capisco di
politica mi sembra di poter sommessamente dire che non si costruisce un
partito con un solo punto nell’agenda: consolidare gli equilibri
esistenti. Politici e di potere (benedetti intellettuali! continuo a
non riuscire a non tenere separate le due cose). Vedere per credere
come, a livello locale, si vanno preparando i prossimi congressi. In
molte regioni d’Italia (almeno una la conosco piuttosto bene)
l’attività politica oggi prevalente è quella relativa alla attenta
allocazione delle tessere ed al relativo “traffico”. Perché il
congresso non comporti il minimo rischio. Perché tutto sia noto e
definito in anticipo. Perché le minoranze non manchino e le maggioranze
siano definite per residuo. Nulla di nuovo e tanto meno di
sorprendente. Lo si faceva anche negli anni d’oro della Prima
Repubblica. Per quel che ricordo, spesso con più stile e certamente con
più fantasia. Il punto grave è che tutto questo accade non già in vista
di congressi di routine ma addirittura nella prospettiva di scelte che
dovrebbero cambiare il modo stesso di essere della politica italiana.
Che dovrebbero chiudere una transizione (che, ovviamente, non a caso è
infinita). Come si può – lo chiedo a Michele Salvati – contemplare
senza battere ciglio una abdicazione della politica di questa portata?
Come si può, con il sorriso sulle labbra, esporre il sistema politico
italiano – prima ancora che alcune sue parti – a pericoli fin troppo
evidenti, perché partiti così sono costruiti sulla sabbia e possono
scomparire al primo risultato elettorale non troppo esaltante,
lasciando dietro di sé – e nel migliore dei casi – solo macerie? Come
si può non vedere che l’Italia cresciuta, economicamente e socialmente,
nell’ ultimo quindicennio di un partito costruito su basi culturali e
politiche così fragili non saprebbe che farsene e cercherebbe altrove
le risposte alle proprie domande?
Se il Partito democratico fallirà – mi rivolgo ancora
a Michele Salvati – non sarà a ragione di subdole ed infide iniziative
trasversali (e, sia detto per inciso, è più subdolo ed infido discutere
con Bruno Tabacci di pensioni o trattare sulla legge elettorale con
Roberto Calderoli?), ma sarà a causa della mancanza di coraggio di chi
pensa che il rischio sia pane quotidiano per le famiglie e per le
imprese ma non per la politica. Una politica credibile è una politica
che rispetta le regole. Che non si limita, giustamente, a chiedere
giornalmente ai cittadini di rispettare le regole ma che rispetta essa
per prima le regole che alla politica si applicano. E ce n’è una, in
molti paesi e soprattutto in quelli che il maggioritario ce lo hanno da
tempo, che non è nemmeno scritta: chi perde abbandona il campo.
Definitivamente (salvo straordinarie eccezioni). Sia che perda
elettoralmente, sia che perda politicamente (chiedere, per ulteriori
dettagli, a Margaret Thatcher). E non è una astruseria. Ma una semplice
– rozza, lo ammetto – norma di garanzia. Intesa ad evitare che chi c’è
usi del proprio indubbio potere per rimanere. E, gentilmente, si eviti
a questo punto di alzare il dito per osservare che nuove classi
politiche all’orizzonte non si vedono. Perché non sappiamo se l’impresa
entrante ci offrirà prodotti di qualità migliore e a un prezzo
inferiore, ma consideriamo un bene pubblico il fatto che possa provarci
e lo tuteliamo come tale. La politica italiana – credo di averlo detto
e scritto in tempi non sospetti – è oggi guidata (al di là dei meriti o
dei demeriti dei singoli) da due leadership entrambe sconfitte. E
quindi automaticamente, inevitabilmente, al di là della loro volontà e
delle loro capacità, non più credibili. Della politica non possiamo
fare a meno. Quindi, quel che fa la differenza è la qualità della
politica. Si può fare politica per una vita intera senza mai farla
veramente e farla per un giorno solo mettendoci la passione di una
intera vita.
Nicola Rossi, sul corriere di oggi

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