La Babele delle agende e i rischi per il premier

Viste le premesse, un successo avrebbe il sapore dell’impresa. Dire che l’Unione si presenta domani alla reggia di Caserta in ordine sparso è quasi un eufemismo. Ma non soltanto per i contrasti che attraversano la maggioranza sulle pensioni, la legge elettorale, i tempi delle riforme, le unioni di fatto. La sensazione è che ogni partito e molti ministri attribuiscano al vertice promosso da Romano Prodi un significato diverso. Si va dalla pubblica amministrazione all’emergenza climatica. E già viene detto che alcuni temi, come la riforma del voto, non potranno essere decisi in quella sede, perché richiedono un accordo con l’opposizione. Si tratta di una Babele dietro la quale si intravede un immobilismo di fatto. Per paradosso, la confusione seguita all’approvazione della finanziaria può esaltare le doti di leadership di Prodi; e confermarlo come unico baricentro del centrosinistra. Il modo in cui ha strattonato la propria maggioranza, d’altronde, finora gli ha dato ragione. Ma i rischi di un logoramento, già visibili dietro il nervosismo di Ds e Margherita, potrebbero alla fine coinvolgere anche lui. Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, lo dice chiaramente. O a Caserta il Professore «riesce a fare il direttore d’orchestra con suonatori così diversi o il problema non è di cinque mesi o quattro anni e mezzo: il problema è che non c’è più il governo». È un incubo che Mastella evoca soprattutto per esorcizzarlo; e che probabilmente farà effetto, a breve scadenza. La paura dell’implosione può funzionare di nuovo come deterrente e rendere tutti gli alleati meno puntuti e polemici.
Il problema è che un simile atteggiamento potrebbe costare molto in termini di mancanza di chiarezza e di decisioni. La prospettiva più temuta rimane quella di trasformare Caserta nel palcoscenico sontuoso di un’orchestra indisciplinata e confusa. «Mi auguro vengano fuori poche cose ma chiare», manda a dire l’economista Nicola Rossi, uscito dai Ds con la frustrazione di chi non ha visto un’oncia di riforme. La parola d’ordine che evoca «poche cose ma chiare» è semplice, ma difficilissima da tradurre in pratica. L’ansia con cui la Margherita abbozza un’agenda compatta, limitata ai temi della crescita e della competitività, tradisce il timore della Babele inconcludente. In qualche misura, cercano di scongiurarla anche le sei riforme elencate da Piero Fassino: anche se appaiono già troppe. Il segretario diessino porta con fastidio l’etichetta di critico del governo; addirittura di tifoso di un «rimpasto», a dar retta ai veleni diessini. Dopo avere chiesto e ottenuto da Prodi di essere invitato a Caserta, attacca la «caricatura giornalistica della fase due». E arriva a sostenere che riformismo e antagonismo «non sono inconciliabili». Può essere l’indizio di un compromesso, seppure al ribasso. Ma le caricature non inventano la realtà, al massimo la esagerano. E la realtà, finora è stata quella di uno scontro senza requie nell’Unione. Fassino e Francesco Rutelli vogliono un governo meno condizionato dalla sinistra antagonista e pronto a riforme a tappe forzate che arginino lo scontento dell’opinione pubblica sulla finanziaria. Palazzo Chigi esalta invece un passo volutamente lento. Sa di doversi garantire l’appoggio di quell’arcipelago radicale che si fida solo di Prodi e paventa nuove maggioranze. E ritiene che accelerazione possa diventare sinonimo di instabilità. L’impressione è che questa cautela obbligata porterà al nulla di fatto sulla legge elettorale, a dispetto del dialogo. Col referendum la stabilità sarebbe compromessa comunque. Ma il 2008 sembra così lontano
Massimo Franco  sul Corriere

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