Allarme Fs, 5 miliardi o chiudono i cantieri

ROMA – È di nuovo allarme-cantieri per le Ferrovie. Mancano 5 miliardi per la realizzazione di opere già approvate dal Cipe (Comitato interministeriale programmazione economica), o in corso d’opera: 500 milioni da subito, per l’anno in corso. È questo l’esito del vertice tenutosi ieri a palazzo Chigi, coordinato dal sottosegretario Enrico Letta, cui hanno partecipato, oltre al presidente e all’amministratore delegato di Ferrovie, Innocenzo Cipolletta e Mauro Moretti, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa- Schioppa con i sottosegretari Fabio Gobbo e Massimo Tononi, il ministro dello Sviluppo, Pier Luigi Bersani, il responsabile dei Trasporti, Alessandro Bianchi e delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro.
È stato proprio quest’ultimo a tracciare il quadro della situazione: alle Ferrovie, ha spiegato Di Pietro, è accaduto quello che è successo all’Anas» per le opere previste dalla legge Obiettivo. «I soldi – ha detto il ministro – erano solo sulla carta, si tratta di risorse che dicevano che c’erano ed invece non ci sono». Ma in questo caso, rispetto all’Anas, «non sono stati già spesi». Dei complessivi 15 miliardi mancanti rispetto alla legge Obiettivo, il governo Prodi ne ha già stanziati 7 con la Finanziaria 2007 e 3 con la manovra correttiva 2006. Ne mancherebbero dunque 5, e 500 milioni servirebbero subito per finanziare i lavori previsti quest’anno.
Tra i lavori a rischio ci sarebbero i cantieri dei nodi ferroviari, anche quelli dell’Alta velocità, che in questo modo rischierebbe di subire dei ritardi. «Nessuna opera sarà fermata» ha garantito Di Pietro, spiegando che si lavorerà «a un piano finanziario» per realizzare tutte le opere. «Una serie di riunioni tecniche, di approfondimenti», fino a venerdì della prossima settimana, dovrebbe consentire di individuare una linea straordinaria di finanziamento. Intanto ieri Moretti ha illustrato il piano d’impresa 2007-2011.

Il buco di 2 miliardi delle Fs a fine 2006 si ridurrà a un terzo nel 2007 (-697 mln), e nell’arco di tre anni, il piano punta al pareggio dei conti, ma nel solo settore passeggeri. Previsti tagli agli sprechi per 150 milioni nel 2007. Le maggiori entrate derivate dagli aumenti dei biglietti, scattati il primo gennaio, serviranno a comprare nuovi treni e alla manutenzione di quelli in circolazione. Il piano prevede inoltre una severa razionalizzazione societaria con soppressione delle stazioni e delle biglietterie meno produttive; rientro delle attività date in outsourcing, pesanti interventi anche sul merci.

Quanto al costo del lavoro, il macchinista diventerà uno solo: 4.500 gli esuberi previsti nel 2007 a fronte di mille assunzioni. Nell’arco del piano le uscite dovrebbero salire a quota 10 mila, comprensive dei pensionamenti sui quali non verrebbe applicato il turn over. Intanto ieri il governo ha definito «rilevantissimo» il risparmio di spesa che dovrebbe derivare dalla revoca delle concessioni sulla Tav contenuta nel decreto sulle liberalizzazioni. La valutazione emerge proprio dalla relazione di accompagnamento del decreto Bersani-bis che però non contiene alcuna stima dell’effetto finanziario della misura. La minore spesa si otterrebbe «paragonando gli oneri dovuti ai general contractor (contraenti generali, ndr) in relazione alla revoca, con l’importo che avrebbe con ogni probabilità caratterizzato la realizzazione dell’opera da parte degli stessi, alla luce dell’univoca serie storica». L’aumento dei costi, viene spiegato, è «connaturato» al sistema del general contractor, che viene «scelto a trattativa privata» e poi è lasciato libero di progettare e realizzare l’opera senza nessun controllo pubblico. Ora però le nuove misure prevedono il suo superamento e l’affidamento dei lavori tramite gara europea. Ma i general contractor delle tratte su cui è intervenuta la revoca non ci stanno, e minacciano ricorsi in tutte le sedi.

A. bac sul Corriere

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