Bono: milioni di vite salvate con lo 0,7 del Pil

«L’Europa progredirà solo quando i nostri vicini poveri saranno in piedi accanto a noi»

Cinquant’anni fa questa settimana, in un continente ancora dissestato, ma che ormai si era lasciato alle spalle il periodo più buio del dopoguerra, venne formulata, nero su bianco, l’idea dell’Europa. Nell’aria non si avvertiva più il tanfo di zolfo, anche se aleggiava forse ancora qualche malumore. L’Irlanda era uno scoglio nell’Atlantico del Nord, che si faceva notare per le sue peculiarità culturali e per una diaspora inarrestabile. A Berlino si spalancava un baratro tra Est e Ovest, che avrebbe diviso migliaia di vite, storie e destini. L’Europa risorgeva dalle macerie per combattere una nuova guerra: una battaglia non solo tra ideologie, democrazia contro comunismo, ma, molto più realisticamente, tra arsenali nucleari. Non era il momento di sognare, piuttosto di scavarsi un rifugio sotterraneo e fare scorta di viveri. Eppure, sulle strade di Roma, nasceva la Nuova Europa. In questo continente, che era stato teatro dell’ora più tragica per l’umanità, abbiamo assistito a un miracolo. Un miracolo tutto umano. Il popolo europeo ha capito che la sua capacità di distruzione era pari da un’altrettanto immensa capacità di perdono, di speranza e di buona volontà. Nel 1957, sei nazioni hanno firmato il Trattato di Roma e con quel singolo gesto cruciale hanno gettato le basi di una meraviglia di multilateralismo, prosperità e solidarietà internazionale. Facciamo un salto di 50 anni e approdiamo al 2007. Una rock star irlandese legge il Trattato con l’entusiasmo di un bambino davanti a un piatto di verdure, ma scopre all’improvviso quello che i tecnocrati potrebbero chiamare poesia. Non tanta, solo qualche bagliore qua e là. Come nell’emendamento che invita l’unione a favorire «lo sviluppo economico e sociale sostenibile dei paesi poveri e in particolare dei più svantaggiati» e invoca «una campagna contro la povertà nei Paesi emergenti». Non è proprio Thomas Jefferson, ma si intravede una visione condivisibile e unificatrice.

UN PO’ DI POESIA — Nei prossimi 50 anni, forse avremo bisogno di un pizzico di poesia in più, e non solo per ravvivare l’interesse della gente per la Costituzione. L’Europa è un pensiero che deve trasformarsi in un sentimento. Un sentimento fondato sulla convinzione che l’Europa potrà progredire solo se sparirà l’ingiustizia, e che sapremo reggerci in piedi solo quando anche i nostri vicini saranno in piedi accanto a noi, nella libertà e nell’uguaglianza. La nostra umanità è sminuita quando non vediamo altra missione al di là di noi stessi. Un modo per definire chi e che cosa siamo nel ventunesimo secolo e per difendere la nostra ragione di esistere, a noi stessi e davanti al resto del mondo, potrebbe essere quello di passare meno tempo a contemplarci allo specchio, e più tempo a guardare dall’ altra parte di quei 12 km di Mar Mediterraneo che ci separano dall’Africa. C’è una parola irlandese, «meitheal»: la gente del villaggio si aiuta a vicenda quando c’è tanto lavoro da fare. La maggior parte degli europei è così. Come nazioni individuali, possiamo anche chiudere le tende e litigare sopra la siepe del giardino, ma quando la casa del vicino prende fuoco, ecco che tutti accorriamo a spegnerlo. La storia suggerisce che talvolta ci vuole una catastrofe per farci sentire più uniti. Se l’Europa con i suoi 50 anni è in piena crisi di mezza età, come egocentrico di professione sono pronto a sconsigliare questa forma di terapia per qualsiasi scopo, che non sia scrivere canzoni. Scopriamo chi siamo quando ci mettiamo al servizio degli altri, non di noi stessi. Oggi, le fiamme divampano in molte stanze della casa dei nostri vicini, l’Africa. Dal genocidio nel Darfur agli ospedali di Kigali, dove sei malati di Aids sono stipati su ogni brandina; dal bambino che muore di malaria, ucciso dalla puntura di una zanzara, al villaggio che non ha acqua pulita; le condizioni di questi luoghi sono uno scandalo per tutti quei valori che noi europei abbiano ritenuto degni di essere menzionati nel nostro Trattato. Vediamo in Somalia e in Sudan che cosa succede se nuove milizie si affrettano a riempire quel vuoto per seminare discordia all’interno di una popolazione islamica in maggioranza moderata e filo-occidentale in Africa. (Quasi la metà del continente è di fede islamica). Pertanto, che sia un imperativo morale o strategico, è sempre una follia lasciar campo libero agli incendi.

LO SPIRITO ITALIANO — Come reagirà l’Europa? Malgrado tutta la cacofonia, la babele di lingue diverse e lo scontro ideologico, tra noi domina più armonia di quanto non si pensi. Promesse storiche sono state fatte sugli aiuti ai Paesi emergenti, sulla cancellazione del debito e persino sull’argomento spinoso del commercio. Nuovi progressi in questi settori, accompagnati da nuove misure per combattere la piaga della corruzione in Africa, e nei nostri rapporti con l’Africa, potrebbero trasformare questo continente e impedire alle fiamme di estendersi oltre. Come Paese che ha ospitato, cinquant’anni fa, la firma del Trattato, l’Italia svolge un ruolo speciale nei festeggiamenti e possiede lo spirito romantico necessario per trasformare in realtà la poesia che scorre nella nostra esistenza continentale. Ovviamente, in tempi di difficoltà economiche, le storiche promesse dell’Italia ai più poveri tra i poveri sono più facili da dimenticare che da rispettare. Scelte difficili, ma quando si pensa che lo 0,7% del PIL dell’Italia significa — letteralmente — la differenza tra la vita e la morte per milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo, forse le solite regole non reggono più. Guardiamo la Germania, dove il 4 percento del pil ogni anno è ancora oggi speso per la riunificazione, eppure il cancelliere Merkel ha intenzione di rispettare gli impegni presi dalla Germania per gli aiuti ai Paesi emergenti. Come il presidente del consiglio Prodi sa meglio di chiunque altro, se una sola nazione europea non tiene il passo, questo rischia di offuscare il buon nome di tutto il continente agli occhi del mondo.
Forse vogliamo ricordare, o preferiamo dimenticarlo, che cinquant’anni fa l’Europa non risalì la china dell’abisso da sola. Al di là dell’Atlantico c’era una nazione, l’America, con un’idea piuttosto estesa di «vicinato». Certo, il Piano Marshall non era un’opera interamente caritatevole, gli Stati Uniti volevano assicurarsi un caposaldo contro l’espansione sovietica man mano che la temperatura dei rapporti est-ovest scendeva sotto lo zero. Ma si trattò anche di generosità su scala mai vista fino ad allora nella storia dell’umanità. Nell’epoca della Guerra fredda, questo altruismo definì il carattere dell’America. Che cosa definirà il carattere dell’Europa in questo nuovo secolo, l’era della Guerra Calda? Dove troveremo un caposaldo contro gli estremismi del nostro tempo? La risposta si trova, in parte, a 12 km di distanza da noi.

Bono
(traduzione di Rita Baldassarre) sul Corriere

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