Rai e Mediaset: le crisi parallele

Le delusioni di Bonolis, Amadeus, Reality Circus, 1,2,3… stalla, la Ventura con Colpo di genio e Funari con Apocalypse Show

La stagione dei nostri flop: Paolo Bonolis, Amadeus, Reality Circus, 1,2,3… stalla, Simona Ventura con Colpo di genio, Gianfranco Funari con Apocalypse Show, Fabio Canino con Votantonio… Sembra un bollettino di guerra, l’apocalisse della tv generalista, un preoccupante caso di malatelevisione. Qualcosa non va nella tv generalista. Meglio, qualcosa non va nelle reti ammiraglie perché i flop sono quasi tutti targati Raiuno e Canale 5. Colpa di Fabrizio Del Noce e Massimo Donelli? Italia 1 gode infatti di buona salute, così come Raitre e Rete4. In sofferenza, invece, Raidue. Come sempre, anche in tv, i successi hanno tanti padri, mentre gli insuccessi sono orfani. E siccome non saremo certo noi a iniziare la caccia all’untore, proviamo a non personificare le colpe e a capire cosa non funziona più. Il dato più singolare è questo: siccome il bacino d’utenza sembra immobile, uno pensa che se perde Raiuno vince Canale 5, o viceversa, secondo la legge dei vasi comunicanti. In realtà il fenomeno si è verificato solo il sabato sera, con un travaso da Funari a Gerry Scotti. Gli altri flop sembrano invece confermare la tendenza al ribasso della tv generalista: i programmi più importanti hanno perso mediamente cinque punti di share. Non solo: se da un lato si assiste a un lieve, ma sensibile calo nei consumi di tv (dieci minuti in meno al giorno), dall’altro si sta verificando una maggiore frammentazione dell’ascolto: pochi programmi riescono ancora a fare il pienone. Il trend negativo della tv generalista non esime comunque da colpe chi la fa.
Da tempo, Rai e Mediaset hanno rinunciato, o quasi, a fare gli editori, a lavorare sui singoli programmi, a elaborare contenuti. La metafora più significativa di questo disimpegno è l’immagine del direttore Fabrizio Del Noce seduto in prima fila (con quell’altro vanitosone di Paolo De Andreis) a godersi i flop di Bibi Ballandi. Un vero direttore sta dietro le quinte, lavora fino all’ultimo, cerca in ogni modo di intervenire sul prodotto, sui tempi, sulle idee, sulla programmazione! La pratica del disimpegno si sostanzia invece in due scelte scellerate: la prima è il ricorso spesso ottuso al format straniero (compri Colpo di genio quando già possiedi i Cervelloni); la seconda è l’appalto della creatività alla case di produzione esterne. Giustificabile, nel caso del Servizio pubblico, solo se la Rai nel frattempo si fosse trasformata in una finanziaria: ma la Rai possiede dipendenti, studi e, come si diceva una volta, il know-how, il sapere come fare i programmi. Certo, a furia di scegliere la dirigenza per meriti politici e non per quelli professionali si arriva inevitabilmente a questa situazione. Più difficile spiegare la crisi Mediaset. Con una Rai in balia dei partiti non sarebbe difficile fare man bassa di audience. E invece anche Canale 5 stenta. Sempre gli stessi programmi, scarso lavoro di rinnovamento dei generi, incapacità di rigenerare le formule e i conduttori. Ormai se uno parla di prodotto, di idee viene preso per matto, come se il format fosse tutto e il contenuto niente. Ma le muse imprigionate abortiscono, lo sanno anche i bambini.
Aldo Grasso sul Corriere

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