«Fregati da Mastella». Fuori onda di Visco

31 maggio, 2007

ROMA — A complicare la situazione è arrivato anche un filmato di Striscia la notizia che ha fatto litigare, e furiosamente, Vincenzo Visco e Clemente Mastella. Un caso divampato velocemente, con il ministro della Giustizia che ha minacciato: «O smentisce oppure al governo non c’è posto per tutti e due». Poi, in serata, è arrivata una nota di Palazzo Chigi a stemperare i toni dello scontro. E dire che la situazione già non era messa bene per il governo perché se le firme si trasformeranno in voti, mercoledì prossimo a Palazzo Madama la maggioranza andrà sotto proprio discutendo di Visco. Sono infatti già otto i senatori della maggioranza che hanno messo nero su bianco il loro dissenso firmando due ordini del giorno che chiedono di sospendere la delega sulla Guardia di finanza al vice ministro per l’Economia per le presunte pressioni sul comandante generale.

VISCO-MASTELLA — Il video di Striscia la notizia è il fuori onda di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Nel filmato si sente Visco che dice «Quel crumiro di Mastella (assente, ndr) ha detto che non poteva» e poi «Ci ha fregato un sacco di soldi». Poco dopo la trasmissione, è stato lo stesso Visco a chiamare Mastella, scusandosi e aggiungendo di non ricordare il contesto in cui aveva detto quelle parole. Ma al ministro della Giustizia non è bastato: «Deve smentire, e la sua smentita deve andare in onda nella stessa trasmissione. Altrimenti al governo non c’è posto per tutti e due». Poi la nota di Palazzo Chigi che ha definito la battuta di Visco «offensiva nei toni ma non certo nei contenuti, come ipotizzato ironicamente». E infatti a Striscia la notizia avevano detto: «Che Mastella si sia fatto pagare per ogni voto alle amministrative?». Fonti del governo invece hanno lasciato capire che Visco si stava riferendo al fatto che Mastella era riuscito a ottenere risorse in consiglio dei ministri. E per il Guardasigilli «l’incidente è chiuso se Striscia trasmette la nota».
MOZIONI — Sulla vicenda della Guardia di finanza il primo ordine del giorno è quello dell’Italia dei valori. Chiede al governo di ritirare a Visco la delega e al momento ha raccolto sei firme: i quattro senatori del gruppo e poi l’ex Sergio De Gregorio, e Fernando Rossi, l’ex del Pdci passato ai consumatori. Rifiutate le offerte di sostegno della Casa delle libertà. Il secondo ordine del giorno è dei dissidenti della Margherita: Willer Bordon, Roberto Manzione e Natale D’Amico che chiede a Visco di autosospendersi. E su questa linea non è esclusa la convergenza, al momento del voto, di una parte dei 12 senatori di Sinistra democratica, i fuoriusciti dai Ds guidati da Salvi. Tutti e due i documenti, però, potrebbero essere votati dalla Cdl mandando sotto la maggioranza. La preoccupazione c’è e ieri è arrivata anche alla riunione del comitato promotore del Pd, dove ne hanno discusso Fioroni, Rutelli e Veltroni. Visco lavora al documento che potrebbe portare in Aula, dove sembra certa la presenza di Prodi. Anche se nella maggioranza si spera che — se i contatti con i dissidenti non dovessero andare a buon fine — sia Visco a mettere il centrosinistra al riparo dalla sconfitta, autosospendendosi dalla delega ed evitando il voto.
CDL — La Casa delle libertà ha presentato due mozioni. Oltre a quella per il ritiro delle deleghe firmato da tutti i capigruppo è arrivato quello, insidioso, di Calderoli. Si limita a ribadire la «fiducia nell’operato della Guardia di finanza e del generale Roberto Speciale». Una trappola per far votare l’Unione contro il vice ministro senza che se ne accorga.

Lorenzo Salvia sul Corriere

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Pd, compromesso sulla leadership

31 maggio, 2007

Il Partito democratico avrà presto un segretario. Sarà votato in autunno dall’Assemblea costituente, che sceglierà tra candidati contrapposti. Ma Romano Prodi non si ritira nel castelletto di Bebbio a fare il nonno, resterà a Palazzo Chigi e manterrà la carica di presidente del partito dei riformisti. Fino al 2011 (se tutto va bene), quando il suo successore sarà designato con le primarie. È il compromesso che filtra, a mezzanotte passata, dal secondo piano di piazza Santi Apostoli dopo un vertice a tratti burrascoso. Un compromesso che annuncia una sfida vera, con candidati in carne e ossa.

GIORNATA NERA – Finisce così, all’una meno un quarto del mattino, una giornata nera come il tavolone ovale attorno al quale prendono posto, alle otto di sera, i 45 del Comitato nazionale, scesi a 42 causa assenze (più o meno giustificate) di D’Alema, Lerner e Rovati. Quattro ore e mezzo a scontrarsi nella storica sede dell’Ulivo e alla fine il comunicato stampa, che suggella l’intesa, non salta fuori: segno che un accordo pieno ancora non c’è. Prodi, che dicono sia tornato ad ascoltare lo stratega Arturo Parisi, il segretario non lo voleva. Al mattino aveva tuonato «si fa come dico io», aveva concesso uno «speaker» e nulla più, ma a notte riparte sollevato e già derubrica il segretario a «coordinatore». Dario Franceschini, il primo a chiedere l’accelerazione, si dà arie da vincitore, Piero Fassino è fiero della sua mediazione, Walter Veltroni può scrollarsi di dosso l’urgenza della discesa in campo. E Francesco Rutelli? Non è euforico ma nemmeno si sente sconfitto e lascia intendere che la battaglia per le primarie non è finita: «Non abbiamo deciso come sarà eletto il segretario…».
LE POSIZIONI IN CAMPO – Alle otto la faccia di Romano Prodi in arrivo da Varsavia reca i segni di un’altra giornata difficile. Il vertice comincia al buio e per addolcire gli animi il Professore fa servire un buffet. Introduzione di Prodi e via, si discute e si litiga. Tocca a Dario Franceschini fotografare l’immagine «negativa» dell’Unione e accelerare con foga su una «leadership piena», chiedere di nuovo, stracciando i piani del premier, che capo del governo e leader del Pd non siano la stessa persona. Ed è qui che Enrico Morando, sostenuto da Giuliano Amato, si schiera con Prodi e fa infuriare i Dl: «Il leader o è anche il candidato premier o non è». Francesco Rutelli è livido, il «nobile compromesso» auspicato da Nicola Latorre sembra lontano. Parla Piero Fassino e tenta, com’è nel suo stile, di conciliare diavolo e acqua santa. «Romano deve conservare il doppio incarico, però il risultato di lunedì conferma che il Pd ha bisogno di una direzione politica quotidiana» teorizza il leader Ds tracciando l’identikit di un «segretario operativo», il quale non sarà scelto dai cittadini con le primarie, come vorrebbe Rutelli, ma dalla Costituente. Fassino non ha finito. Prescrive al governo una cura dimagrante, meno ministri in stile Sarkozy. «Però lo decida Prodi» apre al rimpasto il segretario, prima di accogliere (tra lo stupore di molti) l’idea di Carlin Petrini: i «saggi» del Comitatone lievitino a 100 unità. Rosy Bindi accoglie la road map di Fassino, ma pianta un vigoroso paletto che qualcuno interpreta come uno stop alla corsa di Franceschini: «Chi coordina ora, non corre dopo».
L’AFFONDO DI RUTELLI – Marco Follini chiede una cabina di regia a Palazzo Chigi e prova a scacciare «lo spettro dell’oligarchia», quindi parte l’affondo di Rutelli. «Abbiamo perso le elezioni, guai a sottovalutare quello che è successo» rintuzza l’orgogliosa reazione di Prodi, che le cause dell’insuccesso le ha addossate ai partiti. «Dobbiamo essere in grado di decidere — incalza Rutelli — dobbiamo uscire con un messaggio sulle priorità, dal tesoretto ai costi della politica». Ma è sulla leadership che il vicepremier alza i toni, vuole per la Costituente una «competizione democratica», quindi pone come prima condizione che il leader sia scelto con le primarie. «Avete voluto la società civile? Ora fatela votare su tutto». Silenzio, tensione, facce preoccupate. «La Costituente sia eletta senza quote» ammonisce Enrico Letta. Finché Walter Veltroni, premesso che «siamo in una crisi democratica profonda e servono decisioni nuove», sposta il suo peso dalla parte di Fassino, senza troppo deludere Rutelli. «Deve essere differenziato il mandato — marca la distanza da Prodi il sindaco di Roma — A ottobre la Costituente voti il segretario, un segretario politico vero e forte». Boccia, sia pure implicitamente, l’idea di un segretario designato da Prodi e rilancia: «Candidature contrapposte». Ed è accordo. O quasi…
Monica Guerzoni  sul Corriere

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