Pd, compromesso sulla leadership

Il Partito democratico avrà presto un segretario. Sarà votato in autunno dall’Assemblea costituente, che sceglierà tra candidati contrapposti. Ma Romano Prodi non si ritira nel castelletto di Bebbio a fare il nonno, resterà a Palazzo Chigi e manterrà la carica di presidente del partito dei riformisti. Fino al 2011 (se tutto va bene), quando il suo successore sarà designato con le primarie. È il compromesso che filtra, a mezzanotte passata, dal secondo piano di piazza Santi Apostoli dopo un vertice a tratti burrascoso. Un compromesso che annuncia una sfida vera, con candidati in carne e ossa.

GIORNATA NERA – Finisce così, all’una meno un quarto del mattino, una giornata nera come il tavolone ovale attorno al quale prendono posto, alle otto di sera, i 45 del Comitato nazionale, scesi a 42 causa assenze (più o meno giustificate) di D’Alema, Lerner e Rovati. Quattro ore e mezzo a scontrarsi nella storica sede dell’Ulivo e alla fine il comunicato stampa, che suggella l’intesa, non salta fuori: segno che un accordo pieno ancora non c’è. Prodi, che dicono sia tornato ad ascoltare lo stratega Arturo Parisi, il segretario non lo voleva. Al mattino aveva tuonato «si fa come dico io», aveva concesso uno «speaker» e nulla più, ma a notte riparte sollevato e già derubrica il segretario a «coordinatore». Dario Franceschini, il primo a chiedere l’accelerazione, si dà arie da vincitore, Piero Fassino è fiero della sua mediazione, Walter Veltroni può scrollarsi di dosso l’urgenza della discesa in campo. E Francesco Rutelli? Non è euforico ma nemmeno si sente sconfitto e lascia intendere che la battaglia per le primarie non è finita: «Non abbiamo deciso come sarà eletto il segretario…».
LE POSIZIONI IN CAMPO – Alle otto la faccia di Romano Prodi in arrivo da Varsavia reca i segni di un’altra giornata difficile. Il vertice comincia al buio e per addolcire gli animi il Professore fa servire un buffet. Introduzione di Prodi e via, si discute e si litiga. Tocca a Dario Franceschini fotografare l’immagine «negativa» dell’Unione e accelerare con foga su una «leadership piena», chiedere di nuovo, stracciando i piani del premier, che capo del governo e leader del Pd non siano la stessa persona. Ed è qui che Enrico Morando, sostenuto da Giuliano Amato, si schiera con Prodi e fa infuriare i Dl: «Il leader o è anche il candidato premier o non è». Francesco Rutelli è livido, il «nobile compromesso» auspicato da Nicola Latorre sembra lontano. Parla Piero Fassino e tenta, com’è nel suo stile, di conciliare diavolo e acqua santa. «Romano deve conservare il doppio incarico, però il risultato di lunedì conferma che il Pd ha bisogno di una direzione politica quotidiana» teorizza il leader Ds tracciando l’identikit di un «segretario operativo», il quale non sarà scelto dai cittadini con le primarie, come vorrebbe Rutelli, ma dalla Costituente. Fassino non ha finito. Prescrive al governo una cura dimagrante, meno ministri in stile Sarkozy. «Però lo decida Prodi» apre al rimpasto il segretario, prima di accogliere (tra lo stupore di molti) l’idea di Carlin Petrini: i «saggi» del Comitatone lievitino a 100 unità. Rosy Bindi accoglie la road map di Fassino, ma pianta un vigoroso paletto che qualcuno interpreta come uno stop alla corsa di Franceschini: «Chi coordina ora, non corre dopo».
L’AFFONDO DI RUTELLI – Marco Follini chiede una cabina di regia a Palazzo Chigi e prova a scacciare «lo spettro dell’oligarchia», quindi parte l’affondo di Rutelli. «Abbiamo perso le elezioni, guai a sottovalutare quello che è successo» rintuzza l’orgogliosa reazione di Prodi, che le cause dell’insuccesso le ha addossate ai partiti. «Dobbiamo essere in grado di decidere — incalza Rutelli — dobbiamo uscire con un messaggio sulle priorità, dal tesoretto ai costi della politica». Ma è sulla leadership che il vicepremier alza i toni, vuole per la Costituente una «competizione democratica», quindi pone come prima condizione che il leader sia scelto con le primarie. «Avete voluto la società civile? Ora fatela votare su tutto». Silenzio, tensione, facce preoccupate. «La Costituente sia eletta senza quote» ammonisce Enrico Letta. Finché Walter Veltroni, premesso che «siamo in una crisi democratica profonda e servono decisioni nuove», sposta il suo peso dalla parte di Fassino, senza troppo deludere Rutelli. «Deve essere differenziato il mandato — marca la distanza da Prodi il sindaco di Roma — A ottobre la Costituente voti il segretario, un segretario politico vero e forte». Boccia, sia pure implicitamente, l’idea di un segretario designato da Prodi e rilancia: «Candidature contrapposte». Ed è accordo. O quasi…
Monica Guerzoni  sul Corriere

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One Response to Pd, compromesso sulla leadership

  1. Antonio ha detto:

    Era prevedibile che il Presidente fosse Prodi…Ma i giovani del Partito dove sono?

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