Speciale: se sono un mostro perché mi hanno tenuto finora?

7 giugno, 2007

«E mi chiedo come mai, viste le mie nefandezze, volevano mandarmi alla Corte dei conti»

ROMA — «Mi ha dipinto come un mostro». Il generale
Roberto Speciale ha appena ascoltato alla tv il discorso del ministro
Padoa-Schioppa e insorge: «Non sono io quello di cui ha parlato, ha
descritto il comportamento di un’altra persona».

Generale, il ministro dice che un militare non si comporta così.
«Allora vuol dire che avevano in casa un mostro e se lo sono tenuto. E
avrebbero tollerato che questo mostro rimanesse ancora in servizio se
non scoppiava il caso Visco. Mi sembra veramente allucinante».

Il generale Roberto Speciale (Ap)
Il generale Roberto Speciale (Ap)

Padoa-Schioppa la accusa di reticenza e di aver lavorato dietro le quinte in modo inqualificabile.
«Ho sentito. Io sono per lui autore di mille nefandezze. Ma se fosse
vero, se io fossi veramente un uomo così deplorevole, sarei anche
pericoloso per le istituzioni. Allora perché mi volevano mandare
addirittura alla Corte dei conti, dove dovrebbero lavorare solo persone
onestissime, moralmente irreprensibili?».

Non dica che non si aspettava di essere criticato, dopo quello che è successo.
«Assolutamente no. Mai nessuno del governo mi aveva finora minimamente
accennato al fatto che il mio comportamento era considerato scorretto.
Ed è grave questo. Perché se loro pensavano che io mi ero reso
responsabile di colpe così eclatanti dovevano mandarmi sotto processo,
dovevano cacciarmi molto prima. Ma la verità è che tutto questo
castello di accuse contro di me è molto utile in questo momento».

Ora è lei che attacca il ministro. «Nel discorso del
ministro Padoa- Schioppa c’è qualche passaggio che parla delle
pressioni del viceministro Visco per far trasferire i generali della
Finanza? C’è una spiegazione, un’analisi di tutta quella vicenda? Non
mi pare. Non hanno niente da dire su quell’argomento. Io avrei voluto
ascoltare una parola chiara sulle richieste del viceministro Visco.
Erano legittime? Era giusto mandare via i generali da Milano senza un
motivo plausibile? A queste domande il ministro non ha risposto. Perché
non sa cosa dire. E allora fa comodo deviare il discorso, buttarla
sulle accuse personali, sulle insinuazioni a carico del generale
Speciale, così si evita di entrare nel merito della questione
centrale».

Scusi generale, ma se le accuse del ministro sono tutte
cattiverie infondate, come è stato possibile metterle insieme? Sono
piene di dettagli.
«So io come è stato possibile. Sono il frutto
di lettere anonime, di gente invidiosa che distilla veleno. Ci sono
persone così in ogni buona famiglia. Ma non è serio prendere per buone
le insinuazioni contenute in lettere anonime. Io non sono quello
descritto dal ministro. Mi riconosco invece nelle parole del Cocer,
l’organo di rappresentanza della Finanza, che esprime i sentimenti
delle 64 mila guardie di finanza italiane. E il Cocer mi ha rivolto
parole di simpatia e di stima».

Veleni, invidie: i suoi rapporti con gli altri generali della Finanza erano pessimi?
«Ottimi. Se io mi sono comportato da mascalzone, non si salva nessuno,
perché io ho sempre preso decisioni d’accordo con gli altri, i miei
provvedimenti erano firmati da altri 10 generali».

Marco Nese sul Corriere

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In difesa del Val di Noto

7 giugno, 2007

di ANDREA CAMILLERI

I
milanesi come reagirebbero se dicessero loro che c’è un progetto
avanzato di ricerche petrolifere proprio davanti al Duomo? Rifarebbero
certo le cinque giornate.

E i veneziani, se venissero a sapere che vorrebbero cominciare a carotare a San Marco?

E i fiorentini, sopporterebbero le trivelle a Santa Croce?

I
rispettivi abitanti che ne direbbero di scavi per la ricerca del
petrolio a Roma tra i Fori imperiali e il Colosseo, a piazza Di Grado a
Genova, sulle colline di Torino, a piazza delle Erbe, a piazza Grande,
lungo le rive del Garda?

Non si sentirebbero offesi e scempiati nel più profondo del loro essere?
Ebbene, in Sicilia, e precisamente in una zona che è stata dichiarata
dall’Unesco “patrimonio mondiale dell’umanità”, il Val di Noto, dove il
destino e la Storia hanno voluto radunare gli inestimabili,
irrepetibili, immensi capolavori del tardo barocco, una società
petrolifera americana, la “Panther Eureka”, è stata qualche anno fa
autorizzata, dall’ex assessore all’industria della Regione Sicilia, a
compiervi trivellazioni e prospezioni per la ricerca di idrocarburi nel
sottosuolo. In caso positivo (positivo per la “Panther Eureka”,
naturalmente) è già prevista la concessione per lo sfruttamento
dell’eventuale giacimento.

In
parole povere, questo significa distruggere, in un sol colpo e
totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia,
il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra
d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e
indispensabile per tutti. E inoltre si darebbe un colpo mortale al
rifiorente turismo, rendendo del tutto vane opere (come ad esempio
l’aeroporto Pio La Torre di Comiso) e iniziative sorte in appoggio
all’industria turistica, che in Sicilia è ancora tutta da sviluppare.

Poi
l’inizio dei lavori è stato fermato, nel 2003, dal Governatore Cuffaro
su proposta dell’allora assessore ai Beni Culturali Fabio Granata, di
Alleanza nazionale, in prima fila in questa battaglia.

Ma
è cominciato quel balletto tutto italiano fatto di ricorsi
all’ineffabile Tar, rigetti, annullamenti, rinnovi, sospensioni
temporanee, voti segreti, vizi di forma e via di questo passo ( ma
anche di sotterranee manovre politiche che hanno sgombrato il campo
dagli oppositori più impegnati).

E si sa purtroppo come
in genere questi balletti vanno quasi sempre tristemente a concludersi
da noi: con la vittoria dell’economicamente più forte a danno degli
onesti, dei rispettosi dell’ambiente, di coloro che accettano le leggi.
E i texani, dal punto di vista del denaro da spendere per ottenere i
loro scopi, non scherzano.

Vogliamo, una volta tanto,
ribaltare questo prevedibile risultato e far vincere lo sdegno, il
rifiuto, la protesta, l’orrore (sì, l’orrore) di tutti, al di là delle
personali idee politiche?

Per la nostra stessa dignità
di italiani, adoperiamoci a che sia revocata in modo irreversibile
quella contestata concessione e facciamo anche che sia per sempre resa
impossibile ogni ulteriore iniziativa che possa in futuro violentare e
distruggere, in ogni parte d’Italia, i nostri piccoli e splendidi
paradisi. Nostri e non alienabili.

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Visco – Speciale, bagarre in Senato

7 giugno, 2007

Al termine di una giornata lunghissima e molto tesa, con pesanti scontri e persino una rumorosa contestazione in aula,
il governo incassa il massimo a cui avrebbe potuto aspirare: tutte le
(numerose) mozioni del centrodestra sono state respinte dal
centrosinistra che ha votato compatto tutti gli ordini del giorno.
[…]
REAZIONI – La giornata politica a
Palazzo Madama è iniziata moltro presto: alle 9 e 30 tutti in aula per
la resa dei conti sul caso che ha tenuto banco, con polemiche furiose,
per tutta la settimana. Dopo cena, verso le 21:45, è cominciata l’infuocata replica di Tommaso Padoa-Schioppa,
che ha attaccato il generale Roberto Speciale e ha parlato dalla Gdf
come di un corpo «separato» dall’amministrazione del Paese. Al voto
finale si è arrivati in tarda serata, ben oltre le 22:30. Intanto erano
fioccate le reazioni dei leader politici, oltre alle dichiarazioni di
voto in Senato da parte dei capogruppo.

FINI – Le forze armate non sono al servizio del
governo ma dello Stato, ha detto Giancarlo Fini. Il leader di An, ha
detto: «Sono certo che tutte le persone e le realtà perbene, che lo
conoscano o meno, sono dalla parte del generale Speciale. Ricordo alle
sinistre che le forze armate non sono agli ordini del governo, ma dello
Stato. Cambiano i governi, ma chi veste una divisa non segue questo o
quel Governo, ma serve la legge, lo Stato e la comunità».
[…]
DI PIETRO – Nelle fila della maggioranza c’è però
anche qualche voce dissonante, come quella di Antonio Di Pietro,
ministro delle Infrastrutture e leader dell’Italia dei valori: «La dura
e circostanziata requisitoria del ministro Padoa-Schioppa contro il
generale della Guardia di Finanza, Speciale – ha detto – all’apparenza
potrebbe giustificare l’atto di rimozione effettuato. Senonchè queste
motivazioni addotte, si scontrano terribilmente con il conseguente
comportamento tenuto dal governo di proporre la nomina del generale a
magistrato della Corte dei Conti». Osserva il ministro: «Se Speciale ha
avuto un comportamento così riprovevole, allora andava deferito agli
organi di giustizia civile e militare» e non promosso alla Corte dei
conti. «Ecco perchè la vicenda», conclude, superato lo scoglio del voto
in Senato «merita, nelle sedi opportune a partire da quelle
giudiziarie, un’approfondita e indispensabile valutazione».

tutto l’articolo sul Corriere

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Amnesty: il virus della repressione cambia la Rete

7 giugno, 2007

Roma – La Rete potrebbe rendersi irriconoscibile, a meno che il “virus della repressione su Internet” non venga debellato. Suona così l’avvertimento lanciato da Amnesty International per bocca di Tim Hancock, responsabile delle campagne dell’organizzazione.

Internet sta cambiando volto, dominata sempre più da quello che Amnesty definisce “modello cinese“: una Rete che traina una crescita economica dai ritmi vertiginosi, ma che, con il crescere della sua popolarità, viene progressivamente strangolata dal volere dei governi. Interessati a difendere la propria reputazione e a non spezzare il silenzio che i cittadini e i media riservano loro rifugiandosi nell’autocensura; per non dissipare la cortina di ignoranza che aleggia attorno al proprio operato, i governi filtrano le informazioni e instaurano un regime di sorveglianza a favore dei propri netizen.

Lo ha confermato, di recente, anche un report di Open Net Initiative: la censura governativa opera in almeno 26 stati, dalla Bielorussia alla Tunisia, dalla Thailandia all’Iran. Senza contare l’Occidente, escluso dal report solo per le motivazioni che spingono alla selezione dei contenuti online, da noi più di impronta sociale che politica.

Hancock fa riferimento a tecniche subdole come il filtraggio, ma ricorda anche situazioni in cui i governi hanno agito ancor più attivamente, a scopo dimostrativo, limitando l’accesso agli Internet café, oscurando siti, arrestando coloro che, come il blogger egiziano Kareem Amer, avevano trovato in Rete spazio e visibilità per denunciare le brutture del proprio paese.

La situazione non può che involvere nel momento in cui le imprese, desiderose di conquistare mercati in espansione, decidono di affiancarsi ai governi e di scendere a patti, sovrapponendo complicità politiche ad interessi commerciali. A questo proposito Amnesty aveva già invocato l’intervento degli ISP, invitandoli a sostenere dal basso la causa dei diritti umani e della libertà di espressione in Rete, nel momento in cui le grandi aziende, nonostante vacue promesse di codici di condotta, sembrano preferire supportare la proficua causa dei governi.

Sono infatti note le collusioni di big player della rete con il governo cinese, considerato il vertice della censura online: Cisco e Google, fra mea culpa e richiami all’ordine da parte degli azionisti, hanno collaborato a filtrare e selezionare ciò che si pone al di là della grande muraglia digitale; Yahoo pare abbia supportato il governo della Repubblica Popolare consentendo di rintracciare ed arrestare un dissidente. Meno nota la questione sollevata da New Scientist, su cui ha richiamato l’attenzione Reporters sans frontieres: grandi nomi dell’industria occidentale starebbero lavorando, proprio in Cina, ad un software per la profilazione “profonda” dei netizen. Utile a scopi commerciali, potrebbe essere sfruttato per individuare gli elementi sovversivi, a partire dalle tracce lasciate dalle loro abitudini online.

Amnesty si è schierata in più occasioni a favore della libertà di espressione in Rete: ultima la web conferenza tenuta ieri nel contesto della campagna Irrepressible, che ha da poco compiuto un anno. La Rete sta cambiando volto, mutilata dalle cause commerciali e da governi che temono di perdere il controllo dell’informazione, ma anche da quella che si configura spesso come una scrematura demagogica. Avverte Hancock: “Ora accendiamo il computer dando per scontato che quello che vediamo è tutto ciò che esiste online. Temiamo che in futuro sarà possibile accedere solo a ciò che qualcuno riterrà opportuno lasciarci vedere”.

Gaia Bottà su Punto Informatico

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