Le Fs: «Addio ai treni della vergogna»

18 luglio, 2007

I treni della vergogna – come il
«Mongibello», l’Espresso Milano-Palermo, al quale il Corriere.it ha dedicato un
ampio servizio
– non ci saranno più. Semplicemente perché non ci sarà più
questo tipo di treni. A meno che lo Stato e le Ferrovie dello Stato non trovino
una nuova intesa sulla questione del cosiddetto «servizio ferroviario
universale», cioè sui treni per i quali lo Stato ravvede un’utilità sociale e i
cui costi sono («in parte», dicono le Ferrovie), compensati dalle casse
pubbliche.

È proprio il caso dell’Espresso Mongibello, uno dei convogli di
«utilità sociale» che le Fs organizzano sulle lunghe tratte, sui quali si
viaggia a prezzi molto più bassi rispetto a quelli applicati su treni Eurostar e
Regionali «che sono già i più bassi d’Europa nelle rispettive categorie – spiega
l’azienda in una nota firmata da Federico Fabbretti, direttore delle relazioni
con i media – Ecco perché non può avere le loro stesse caratteristiche».
Insomma, a differenti prezzi corrispondono differenti servizi. «Ad esempio –
continua Fabbretti – sul Mongibello l’aria condizionata non era guasta:
semplicemente non c’è e non è prevista». Anche se per i livelli indecenti di
pulizia, le Fs stanno già provando a migliore il quadro: «Stiamo ridiscutendo i
contratti con le ditte, cercando di fissare standard e obiettivi ai quali
subordinare il pagamento delle prestazioni: in tempi brevi si verrà ad un
accordo per offrire livelli di pulizia adeguati».

Sui treni del «servizio ferroviario universale», per compensare i
costi che risultano estremamente svantaggiosi per Fs, lo Stato interviene
finanziando questi servizi attraverso un contratto con il quale viene compensata
la parte dei costi che il prezzo del biglietto così basso non arriva a coprire.
«Sono anni – dice l’azienda – che il trasferimento di questi fondi a Fs è
sensibilmente inferiore alle spese sostenute. Solo l’ultima finanziaria ha, in
parte, reintegrato questo scompenso senza peraltro arrivare a coprirlo del
tutto». Quindi, tirando le somme, «il Mongibello, così come tutti gli altri
servizi universali, per le Fs è un servizio in forte perdita».

E allora la soluzione qual è? Questo tipo di treni sono «destinati a
uscire di scena». Non a caso «dei treni come il Mongibello si sta svuotando
l’Europa. Nessuna compagnia ferroviaria estera fornisce più servizi di così
lunga percorrenza – spiega Fabbretti – dove tra l’altro risulta difficile
assicurare pulizia e decoro delle vetture per mille e più chilometri». Quindi
addio treni della vergogna, che però rispondono a un’esigenza ben precisa:
quella di garantire trasporti economici a una categoria di persone – soprattutto
emigranti o giovani – che non hanno una capacità di spesa molto elevata. Non a
caso sono co-finanziati dallo Stato. Ma le Fs chiariscono che – alle «condizioni
attuali», è bene sottolinearlo – questi treni non si faranno più, «laddove non
potranno essere finanziati in modo sufficiente a garantire ai clienti un
servizio adeguato alle loro legittime attese e alle Fs di non rimetterci in
termini economici, oltre che di immagine, come dimostra il servizio» del
Corriere.it.

Del resto sul tema era intervenuto chiaramente anche il nuovo
presidente delle Ferrovie, Innocenzo Cipolletta: «Oggi abbiamo le Fs che fanno
servizio universale e di mercato senza che lo Stato abbia identificato l’uno e
l’altro – ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera – Così
finanziamo le tratte meno redditizie, che vanno garantite comunque, con quelle
più remunerative, usando in più i contributi statali». Ma con la
liberalizzazione del servizio ferroviario, gli altri operatori saranno pronti a
contendere alle Fs le tratte più ricche. «Questo è il punto – ha osservato
Cipolletta – allora bisognerà decidere il perimetro del servizio universale per
metterlo in gara. Chi parteciperà a gare per tratte in perdita? Basta che lo
Stato offra un contributo a chi le eserciterà». Già, un contributo per la
dignità.

Paolo Ligammari sul Corriere

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P2P, Peppermint fermata in tribunale

18 luglio, 2007

La cavalcata antiP2P dei detentori del diritto d’autore contro migliaia
di utenti italiani ha subìto un primo e forse decisivo stop. Il
Tribunale di Roma ha infatti respinto i ricorsi che l’ormai celeberrima Peppermint, insieme a Techland, entrambi clienti Logistep, avevano presentato per cercare di farsi consegnare i nomi di utenti italiani dei sistemi di sharing, come già accaduto in passato.

Ne dà notizia Adiconsum, che da tempo segue la vicenda, spiegando che il proprio centro giuridico ha appreso della pubblicazione di due ordinanze
dei magistrati Paolo Costa e Antonella Izzo del Tribunale di Roma con
le quali “hanno rigettato i ricorsi presentanti congiuntamente e
disgiuntamente dalle Società Peppermint e Techland, rispettivamente nei
confronti della Wind e della Telecom”.

Le ordinanze, che non incidono su quanto già accaduto nei casi precedenti, rappresentano il primo significativo stop alle controverse procedure con cui Peppermint/Logistep e Techland/Logistep hanno monitorato
le reti di sharing per individuare IP dei computer degli utenti di cui
chiedere poi i nominativi ai provider. Una richiesta che ora, per la
prima volta, si arresta in tribunale.

Secondo i giudici, spiega l’Associazione dei consumatori, confermando quanto anticipato da SantaPepper.com, le istanze con cui le due aziende clienti Logistep chiedevano quei nominativi sono infondate. Secondo Adiconsum, che parla di spionaggio telematico
riferendosi alle operazioni di monitoraggio delle reti di sharing,
quanto accaduto è strettamente legato alle normative sulla privacy.

È noto, peraltro, che nelle scorse settimane sul fronte dei 3636 utenti Telecom individuati da Logistep era sceso in campo proprio il Garante per la privacy,
desideroso di comprendere se le misure messe in atto dai detentori dei
diritti d’autore fossero compatibili con le normative italiane.

Adiconsum avverte che la guerra non è vinta e che i procedimenti in ballo sono ancora numerosi.
Già oggi si attendono ulteriori decisioni su altre istanze di
Peppermint, rivolte questa volta a Tiscali e Wind. Tutti procedimenti
nei quali Adiconsum intende intervenire per sollevare questione di
illegittimità costituzionale dell’art. 156 della legge sul diritto
d’autore, quell’articolo che si pone in conflitto con la tutela della privacy,
sostenendo che “qualora una parte abbia fornito seri elementi dai quali
si possa ragionevolmente desumere la fondatezza delle proprie domande
ed abbia individuato documenti, elementi o informazioni detenuti dalla
controparte che confermino tali indizi, essa può ottenere che il
giudice ne disponga l’esibizione oppure che richieda le informazioni
alla controparte. Può ottenere, che il giudice ordini alla controparte
di fornire elementi per l’identificazione dei soggetti implicati nella
produzione e distribuzione dei prodotti che costituiscono violazione
dei diritti di cui alla presente legge”.

Una battaglia nella
battaglia, quella sull’articolo 156, che interessa da vicino non solo i
consumatori ma anche gli operatori telefonici, ai quali peraltro la
stessa Adiconsum fa appello affinché resistano “con ogni mezzo alle
richieste giudiziarie” di Peppermint&C. Fino a questo momento,
infatti, l’atteggiamento degli operatori viene considerato morbido nei confronti delle richieste provenienti dai detentori dei diritti.

Ma per chi sostiene il diritto degli utenti oggi è una giornata di vittoria e lo ha sottolineato Fiorello Cortiana
della Consulta sulla governance di Internet, che in una nota sottolinea
come “il pronunciamento della magistratura italiana che inibisce
Peppermint e chiunque altro dall’attuare il monitoraggio in rete è
importante perché segna un principio giurisprudenziale: la rete di
Internet non è la terra di nessuno dove ognuno si fa giustizia da sé,
anche in rete valgono i diritti di cittadinanza e anche in rete tocca
alla magistratura e alle forze dell’ordine mettere in atto inchieste
nel rispetto della legge”.

Secondo Cortiana “quello che si stava
configurando come uno spamming estorsivo trova una robusta
interruzione. Sarebbe stupido dire che ha vinto la pirateria, piuttosto
hanno vinto il diritto e le garanzie previste dalla legge per tutti i
cittadini, famosi o meno che siano. Ora occorre non esitare oltre per
cambiare la Legge Urbani affinché i modelli di business
prendano corpo nel rispetto della natura di condivisione della rete
come impresa cognitiva collettiva”.

da Punto Informatico

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La stagione di Prodi al tornante cruciale

18 luglio, 2007

Se ne discute da mesi, ma ora i nodi arrivano tutti al pettine. E si comprende ogni giorno di più come sia utopistica una politica economica in grado di tenere unita la maggioranza di centrosinistra. La questione delle pensioni è lì, come un macigno, a ricordare che si sta allargando il fossato fra la realtà e i desideri. La realtà è quella, amara e sgradevole, descritta l’altro giorno in Parlamento dal governatore della Banca d’Italia con un rigore che la politica tende a dimenticare. I desideri, o meglio le velleità, sono quelli accarezzati in modo pressante dai settori della coalizione che vanno sotto il nome di sinistra radicale: rinunciare a innalzare l’età pensionabile, ignorare l’Europa, chiudere il Paese nella sua «anomalia».
Questo fossato ha logorato il nerbo della maggioranza fin oltre il limite. L’ultima polemica, innescata da Emma Bonino e dai radicali, dà l’impressione che la corda si stia spezzando. Per la buona ragione che i radicali sono stati fino a ieri i più fieri paladini di Romano Prodi. Marco Pannella e, appunto, Emma Bonino lo hanno difeso in ogni circostanza con una lealtà a tutta prova (e ne sa qualcosa Daniele Capezzone, di fatto escluso dal partito per attività anti-prodiane). Ora anche loro prendono atto che sul governo pesa un’ipoteca massimalista. Per cui di fatto si è creata un’incompatibilità fra le posizioni riformiste e le pressioni di «una sinistra comunista conservatrice e reazionaria e di alcuni leader sindacali».
La Bonino non si è dimessa. Non ancora. Qualcuno dice con ironia che non si dimetterà mai. Di fatto però ha posto Prodi di fronte a un’alternativa secca: o si governa secondo i principi dei partiti riformisti, legati all’Europa e sensibili ai richiami di Mario Draghi, ovvero si lascia campo libero a Rifondazione e al Pdci, che si muovono in una diversa direzione. Quello che si chiede al presidente del Consiglio, da cui domani dovrebbe giungere la fatidica proposta sulle pensioni, non è tanto di operare una mediazione aritmetica fra le due linee, quanto di compiere una scelta chiara e convincente. Detto in altri termini: gli si chiede di sconfessare la sinistra radicale, di non cederle altro terreno, di non apparire ancora una volta titubante di fronte al rischio di crisi.
Perché la crisi incombe in ogni caso. Prima dei radicali abbiamo sentito le voci di Lamberto Dini, di Walter Veltroni, di Massimo D’Alema, anche di Francesco Rutelli. Tutti convergenti su un punto: la riforma delle pensioni non può essere una controriforma, non può costituire l’ennesima vittoria del partito della spesa pubblica, non può compromettere il futuro dei giovani. Sono argomenti di un certo peso. Soprattutto sono argomenti a cui i segmenti «riformisti» del centrosinistra non possono rinunciare.
Si è molto discusso circa l’assenza di una vera cultura riformista nel primo anno di vita del governo Prodi. Nella sostanza, l’identità della sinistra radicale si è affermata in numerose occasioni. Viceversa l’identità riformista è apparsa quasi sempre nebbiosa, con l’unica eccezione del dinamismo di Bersani. In fondo il Partito Democratico nasce soprattutto per l’esigenza di restituire credibilità e vigore alle forze che guardano verso l’Europa, al Blair di ieri e al Sarkozy di oggi.
Oggi questo partito (cioè i Ds e la Margherita) è posto di fronte al suo primo, drammatico ostacolo. Accettare una confusa mediazione sulle pensioni, senza nemmeno una vera copertura finanziaria, significa compromettere dall’inizio il profilo riformista del nuovo soggetto. Vuol dire rigettare la sinistra moderata nel marasma della sua crisi politica, questa volta definitiva, regalando ancora una volta una fetta decisiva dell’elettorato alla destra berlusconiana. La mediazione può servire alla sopravvivenza di Prodi, ma non serve a costruire il centrosinistra di domani. Tanto meno è utile per definire la leadership di Veltroni. Che non a caso si è affrettato lunedì a condividere la diagnosi di Draghi. E ha fatto bene perché quello è il terreno su cui una forza riformista può crescere.
I radicali hanno capito che siamo arrivati al tornante cruciale. Il governo non può più reggersi sui rinvii, le elusioni e il rifiuto di prendere atto della realtà. Occorre un chiarimento di fondo fra chi coltiva un disegno riformatore e chi opera per garantire l’immobilismo. Altrimenti non finirà solo il governo Prodi, ormai paralizzato da tempo. Finiranno anche le speranze e le illusioni di una stagione politica tanto ambiziosa quanto improduttiva. Ecco perché è opportuna la mossa di Emma Bonino. Come sono benventuti, benché tardivi, i passi di Veltroni, Dini, Rutelli: di tutti coloro che non vogliono scivolare nelle sabbie mobili.

Stefano Folli per il Sole 24Ore

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