La stagione di Prodi al tornante cruciale

Se ne discute da mesi, ma ora i nodi arrivano tutti al pettine. E si comprende ogni giorno di più come sia utopistica una politica economica in grado di tenere unita la maggioranza di centrosinistra. La questione delle pensioni è lì, come un macigno, a ricordare che si sta allargando il fossato fra la realtà e i desideri. La realtà è quella, amara e sgradevole, descritta l’altro giorno in Parlamento dal governatore della Banca d’Italia con un rigore che la politica tende a dimenticare. I desideri, o meglio le velleità, sono quelli accarezzati in modo pressante dai settori della coalizione che vanno sotto il nome di sinistra radicale: rinunciare a innalzare l’età pensionabile, ignorare l’Europa, chiudere il Paese nella sua «anomalia».
Questo fossato ha logorato il nerbo della maggioranza fin oltre il limite. L’ultima polemica, innescata da Emma Bonino e dai radicali, dà l’impressione che la corda si stia spezzando. Per la buona ragione che i radicali sono stati fino a ieri i più fieri paladini di Romano Prodi. Marco Pannella e, appunto, Emma Bonino lo hanno difeso in ogni circostanza con una lealtà a tutta prova (e ne sa qualcosa Daniele Capezzone, di fatto escluso dal partito per attività anti-prodiane). Ora anche loro prendono atto che sul governo pesa un’ipoteca massimalista. Per cui di fatto si è creata un’incompatibilità fra le posizioni riformiste e le pressioni di «una sinistra comunista conservatrice e reazionaria e di alcuni leader sindacali».
La Bonino non si è dimessa. Non ancora. Qualcuno dice con ironia che non si dimetterà mai. Di fatto però ha posto Prodi di fronte a un’alternativa secca: o si governa secondo i principi dei partiti riformisti, legati all’Europa e sensibili ai richiami di Mario Draghi, ovvero si lascia campo libero a Rifondazione e al Pdci, che si muovono in una diversa direzione. Quello che si chiede al presidente del Consiglio, da cui domani dovrebbe giungere la fatidica proposta sulle pensioni, non è tanto di operare una mediazione aritmetica fra le due linee, quanto di compiere una scelta chiara e convincente. Detto in altri termini: gli si chiede di sconfessare la sinistra radicale, di non cederle altro terreno, di non apparire ancora una volta titubante di fronte al rischio di crisi.
Perché la crisi incombe in ogni caso. Prima dei radicali abbiamo sentito le voci di Lamberto Dini, di Walter Veltroni, di Massimo D’Alema, anche di Francesco Rutelli. Tutti convergenti su un punto: la riforma delle pensioni non può essere una controriforma, non può costituire l’ennesima vittoria del partito della spesa pubblica, non può compromettere il futuro dei giovani. Sono argomenti di un certo peso. Soprattutto sono argomenti a cui i segmenti «riformisti» del centrosinistra non possono rinunciare.
Si è molto discusso circa l’assenza di una vera cultura riformista nel primo anno di vita del governo Prodi. Nella sostanza, l’identità della sinistra radicale si è affermata in numerose occasioni. Viceversa l’identità riformista è apparsa quasi sempre nebbiosa, con l’unica eccezione del dinamismo di Bersani. In fondo il Partito Democratico nasce soprattutto per l’esigenza di restituire credibilità e vigore alle forze che guardano verso l’Europa, al Blair di ieri e al Sarkozy di oggi.
Oggi questo partito (cioè i Ds e la Margherita) è posto di fronte al suo primo, drammatico ostacolo. Accettare una confusa mediazione sulle pensioni, senza nemmeno una vera copertura finanziaria, significa compromettere dall’inizio il profilo riformista del nuovo soggetto. Vuol dire rigettare la sinistra moderata nel marasma della sua crisi politica, questa volta definitiva, regalando ancora una volta una fetta decisiva dell’elettorato alla destra berlusconiana. La mediazione può servire alla sopravvivenza di Prodi, ma non serve a costruire il centrosinistra di domani. Tanto meno è utile per definire la leadership di Veltroni. Che non a caso si è affrettato lunedì a condividere la diagnosi di Draghi. E ha fatto bene perché quello è il terreno su cui una forza riformista può crescere.
I radicali hanno capito che siamo arrivati al tornante cruciale. Il governo non può più reggersi sui rinvii, le elusioni e il rifiuto di prendere atto della realtà. Occorre un chiarimento di fondo fra chi coltiva un disegno riformatore e chi opera per garantire l’immobilismo. Altrimenti non finirà solo il governo Prodi, ormai paralizzato da tempo. Finiranno anche le speranze e le illusioni di una stagione politica tanto ambiziosa quanto improduttiva. Ecco perché è opportuna la mossa di Emma Bonino. Come sono benventuti, benché tardivi, i passi di Veltroni, Dini, Rutelli: di tutti coloro che non vogliono scivolare nelle sabbie mobili.

Stefano Folli per il Sole 24Ore

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