Per non dimenticare…

19 luglio, 2007

LA MAFIA NON E’ AFFATTO INVINCIBILE, E’ UN FATTO UMANO E COME TUTTI I FATTI UMANI HA UN INIZIO E AVRA’ ANCHE UNA FINE

Falcone e Borsellino

Su Caffè News


Benzina più cara della media Ue

19 luglio, 2007

Non arretra, non si attenua e men che mai svanisce. Nonostante quindici anni di sforzi e promesse la “tassa” che pagano tutti gli italiani sull’inefficienza della rete di vendita dei carburanti rimane lì, praticamente invariata. Oggi il maggior costo medio di un litro di carburante rispetto all’Europa vale ancora 3,8 centesimi di euro, calcola un dettagliato studio di Nomisma Energia commissionato dall’Unione petrolifera proprio mentre siamo in una nuova fase calda della “modernizzazione” dei distributori. Calda perché non priva – osservano gli esperti – di vistose contraddizioni.
Fino a ieri la strada maestra era quella della razionalizzazione di una rete troppo frammentata, improduttiva, incapace di garantire redditi adeguati ai gestori pur con un margine unitario tra i più alti del mondo. Via dunque, negli scorsi anni, alla chiusura anche forzosa degli impianti più piccoli e vecchi, magari ridondanti sul territorio, a favore di impianti meno numerosi ma più grandi e meglio collocati, capaci di garantire margini di reddito dai carburanti ma anche da prodotti e servizi “non oil”. Oggi il criterio guida è diventato quello della liberalizzazione, ben sorretta dalle ultime azioni dell’Antitrust. Strade conciliabili? Forse sì, ma non è detto.
Il ministro dello Sviluppo Pier Luigi Bersani ne fa uno degli elementi delle sue “lenzuolate” liberalizzatorie, guadagnandosi però qualche obiezione dai petrolieri, che chiedono a questo punto di svincolare davvero tutto: anche gli orari e la contrattualistica. Nel frattempo l’Antitrust insiste, di nuovo, sui sospetti di cartello tra le compagnie petrolifere. E queste hanno appena risposto con una serie di impegni: no alla pubblicazione anticipata dei prezzi, no a prezzi “di riferimento” uniformi sul territorio, disponibilità a vendere quote crescenti di prodotti raffinati a operatori indipendenti, promozione di accordi per la vendita a prezzi scontati nelle grandi aree commerciali. Si farà un primo bilancio già a settembre.
Intanto Nomisma Energia mette il dito nella piaga. La “razionalizzazione” partita (nelle intenzioni) nei primissimi anni ’90 non ha prodotto un granché. Il numero degli impianti supera ancora le 22mila unità, con una densità ben superiore agli altri Paesi d’Europa. E le chiusure, come tutti i cittadini sanno, sono avvenute senza un vero criterio: intere aree sono rimaste sguarnite mentre sopravvivono aree dove i distributori si accavallano tra loro.
Nel frattempo continuiamo a pagare di più, a vantaggio di nessuno. Perché la “sovratassa inefficienza” di 3,8 centesimi è composta – rimarca Davide Tabarelli per Nomisma Energia – da 1,5 centesimi attribuibili alla scarsa diffusione del post pay “vero” (fai benzina da solo durante il normale orario di apertura e poi vai a pagare alla cassa, come all’estero fanno praticamente tutti), da 1,1 cent dovuti alla scarsa flessibilità commerciale, da 0,8 cent ancora dovuti alla frammentazione della rete contraddistinta dal più basso erogato medio, che si “mangia” abbondantemente i più alti margini unitari garantiti a gestori sottoposti peraltro a limiti d’orario piuttosto rigidi, e infine da 0,4 euro dovuti alla mancanza dei benefici altrimenti garantiti dagli impianti inseriti nelle strutture della grande distribuzione organizzata.
Speculazioni? No, taglia corto Nomisma Energia. Tutta colpa dell’inefficienza, che anzi scarica i maggiori costi di distribuzione «sui prezzi finali, con una minore redditività complessiva sia per le compagnie petrolifere che per i gestori». Tant’è che la dinamica dei listini nell’ultimo quadriennio mostra che «le variazioni dei prezzi alla pompa sono state allineate a quelle del mercato internazionale, senza generare danni nei confronti dei consumatori».

Federico Rendina sul Sole24Ore

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«Alitalia, vendita o liquidazione»

19 luglio, 2007

Nessuno, adesso, è autorizzato a pensare che il governo possa fare marcia indietro.
I partiti, che sotto sotto la decisione di vendere ai privati
l’Alitalia non l’hanno mai digerita, sono avvertiti. E sono avvertiti
anche i sindacati, che qualche bastone, e nemmeno troppo piccolo, fra
le ruote della gara l’hanno messo eccome. «Oltre la vendita, c’è
soltanto la liquidazione», chiarisce Tommaso Padoa-Schioppa.
«Liquidazione », una parola che pesa come un macigno, e che il ministro
dell’Economia per la prima volta pronuncia pubblicamente, parlando solo
ora, a gara chiusa, dopo aver osservato sull’argomento un’assoluta
riservatezza. «Liquidazione», finora uno spauracchio che nessuno aveva
preso seriamente in considerazione. Forse neppure chi, come l’ex
ministro Roberto Maroni, aveva proclamato, non più tardi di un anno e
mezzo fa: «Il governo non può e non deve dare più un centesimo
all’Alitalia. Se non ha la forza per competere porti i libri in
tribunale». Padoa-Schioppa sottolinea l’evidenza dei fatti: «È una
società in perdita, nella quale lo Stato non può più mettere capitali
», anche perché l’Unione Europea non lo consentirebbe. Ma il ministro
afferma di non credere «che la notizia di ieri (il ritiro dell’AirOne
dalla gara, ndr) significhi che l’opzione della vendita sia stata
esplorata fino in fondo». Il Tesoro, insomma, non ha ancora gettato la
spugna: «In queste ore stiamo esplorando le alternative, per capire
quali altre modalità ci siano per procedere alla cessione del controllo
della compagnia, dopo che quella scelta ha dato l’esito che ha dato».
Cioè, è miseramente fallita. Come nessuno, a via XX settembre, si
poteva aspettare. Eppure Padoa-Schioppa dice di non essersi mai pentito
di aver preso la decisione di indire la gara: «Se pure fossi stato
consapevole del rischio che potesse andare a finire così, l’avrei fatto
lo stesso. L’Alitalia era come la nazionale di calcio, che ha 58
milioni di commissari tecnici. Ognuno aveva la sua formazione e il suo
compratore preferito: chi voleva puntare sull’hub di Malpensa, chi
rafforzare Fiumicino, chi venderla ai cinesi, chi agli arabi, chi
ancora ad AirOne». Per questo sostiene che una gara era necessaria.
«Dovevamo porre condizioni precise e trasparenti. E non escludere alcun
potenziale acquirente. Il fatto è che il privato può scegliere a chi
vendere, ma lo Stato, se vuole essere un buon venditore, deve seguire
le procedure. In più c’erano molte condizioni da rispettare. Ecco, la
gara è stata il modo per esplorare questa via». Nonostante alla fine,
di compratori, ne sia rimasto soltanto uno. «E fortemente interessato»,
aggiunge il ministro dell’Economia. Precisando che la procedura di per
sé non fissava particolari paletti né sull’occupazione, né sul prezzo e
che «le uniche due condizioni poste dall’interlocutore come dirimenti,
e cioè che l’eventuale giudizio negativo dell’Antitrust o il cattivo
esito dei negoziati sindacali fossero causa di sospensione
dell’operazione, le avevamo accettate».
continua sul Corriere…

comunque, come si può pretendere che un privato acquisti Alitalia senza la possibilità di licenziare tutto il personale oggettivamente in esubero?
perchè il problema ovviamente è che i sindacati renderebbero impossibile qualsiasi risanamento che non mantenesse gli attuali privilegi…

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