Benzina più cara della media Ue

Non arretra, non si attenua e men che mai svanisce. Nonostante quindici anni di sforzi e promesse la “tassa” che pagano tutti gli italiani sull’inefficienza della rete di vendita dei carburanti rimane lì, praticamente invariata. Oggi il maggior costo medio di un litro di carburante rispetto all’Europa vale ancora 3,8 centesimi di euro, calcola un dettagliato studio di Nomisma Energia commissionato dall’Unione petrolifera proprio mentre siamo in una nuova fase calda della “modernizzazione” dei distributori. Calda perché non priva – osservano gli esperti – di vistose contraddizioni.
Fino a ieri la strada maestra era quella della razionalizzazione di una rete troppo frammentata, improduttiva, incapace di garantire redditi adeguati ai gestori pur con un margine unitario tra i più alti del mondo. Via dunque, negli scorsi anni, alla chiusura anche forzosa degli impianti più piccoli e vecchi, magari ridondanti sul territorio, a favore di impianti meno numerosi ma più grandi e meglio collocati, capaci di garantire margini di reddito dai carburanti ma anche da prodotti e servizi “non oil”. Oggi il criterio guida è diventato quello della liberalizzazione, ben sorretta dalle ultime azioni dell’Antitrust. Strade conciliabili? Forse sì, ma non è detto.
Il ministro dello Sviluppo Pier Luigi Bersani ne fa uno degli elementi delle sue “lenzuolate” liberalizzatorie, guadagnandosi però qualche obiezione dai petrolieri, che chiedono a questo punto di svincolare davvero tutto: anche gli orari e la contrattualistica. Nel frattempo l’Antitrust insiste, di nuovo, sui sospetti di cartello tra le compagnie petrolifere. E queste hanno appena risposto con una serie di impegni: no alla pubblicazione anticipata dei prezzi, no a prezzi “di riferimento” uniformi sul territorio, disponibilità a vendere quote crescenti di prodotti raffinati a operatori indipendenti, promozione di accordi per la vendita a prezzi scontati nelle grandi aree commerciali. Si farà un primo bilancio già a settembre.
Intanto Nomisma Energia mette il dito nella piaga. La “razionalizzazione” partita (nelle intenzioni) nei primissimi anni ’90 non ha prodotto un granché. Il numero degli impianti supera ancora le 22mila unità, con una densità ben superiore agli altri Paesi d’Europa. E le chiusure, come tutti i cittadini sanno, sono avvenute senza un vero criterio: intere aree sono rimaste sguarnite mentre sopravvivono aree dove i distributori si accavallano tra loro.
Nel frattempo continuiamo a pagare di più, a vantaggio di nessuno. Perché la “sovratassa inefficienza” di 3,8 centesimi è composta – rimarca Davide Tabarelli per Nomisma Energia – da 1,5 centesimi attribuibili alla scarsa diffusione del post pay “vero” (fai benzina da solo durante il normale orario di apertura e poi vai a pagare alla cassa, come all’estero fanno praticamente tutti), da 1,1 cent dovuti alla scarsa flessibilità commerciale, da 0,8 cent ancora dovuti alla frammentazione della rete contraddistinta dal più basso erogato medio, che si “mangia” abbondantemente i più alti margini unitari garantiti a gestori sottoposti peraltro a limiti d’orario piuttosto rigidi, e infine da 0,4 euro dovuti alla mancanza dei benefici altrimenti garantiti dagli impianti inseriti nelle strutture della grande distribuzione organizzata.
Speculazioni? No, taglia corto Nomisma Energia. Tutta colpa dell’inefficienza, che anzi scarica i maggiori costi di distribuzione «sui prezzi finali, con una minore redditività complessiva sia per le compagnie petrolifere che per i gestori». Tant’è che la dinamica dei listini nell’ultimo quadriennio mostra che «le variazioni dei prezzi alla pompa sono state allineate a quelle del mercato internazionale, senza generare danni nei confronti dei consumatori».

Federico Rendina sul Sole24Ore

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