Alitalia, riprende quota l’opzione Air France

Tommaso Padoa-Schioppa inverte la rotta di e punta diritto su Parigi.
La strada più percorribile dopo il fallimento della gara, il ministro
per l’Economia l’ha lasciata intendere ieri durante un’audizione presso
le commissioni trasporti di Camera e Senato, dove tuttavia ha messo le
mani avanti spiegando che «la situazione è ancora fluida» e una scelta
non è ancora stata fatta. Nella serata di ieri si è tenuto un vertice a
palazzo Chigi con il premier Romano Prodi, il ministro del Tesoro, i
sottosegretari Massimo Tononi e Enrico Letta e il ministro per i
Trasporti, Alessandro Bianchi. Se ci sia stata fumata bianca non è dato
saperlo, anche perché pare che Bianchi sperasse ancora in una ripresa
dei contatti con la cordata italiana Intesa-AirOne.
Padoa–Schioppa
ieri ha ammesso il flop della procedura di gara imbastita l’anno
scorso. E nel chiedersi quale lezione il Governo abbia appreso da
questa esperienza ha rivelato: «abbiamo imparato che compagnie
internazionali come Air France e Lufthansa non hanno partecipato per
via della situazione industriale di Alitalia, ma soprattutto perché
avrebbero dovuto ufficializzare nei loro cda la partecipazione a questa
gara, rivelando così i loro piani e con il rischio poi di non vincerla».
Il
ministro ha poi annunciato che Alitalia nei prossimi giorni dovrà
riprendere iniziative richieste dalla Consob ma che sinora sono rimaste
sospese in attesa dell’esito della gara: l’approvazione delle linee
guida di un piano industriale e, poichè ricorrono gli estremi per
l’abbattimento del capitale a causa delle perdite, valutare
l’opportunità di varare un aumento di capitale. Il cda dovrebbe
compiere questi passi già mercoledì prossimo (sempre che l’accordo
politico sulla soluzione Padoa-Schioppa fosse raggiunto), ma a quel
punto dovrà recepire anche le dimissioni di Berardino Libonati, per il
quale il Tesoro sta già cercando un sostituto.
Il ministro ha
insistito nel mettere i puntini sulle «i» a proposito dell’autonomia
della società che non è «il braccio secolare del Governo» e che ha
interessi non coincidenti con quelli dell’azionista. E poi ha delineato
quelle che a suo avviso sono le alternative rimaste: una cessione
all’asta dei diritti di opzione del Tesoro sull’aumento di capitale al
migliore offerente, che si aggiudicherebbe la società. È la strada più
trasparente per l’Esecutivo, ma aprirebbe la via ai fondi locusta. «Non
vogliamo vendere Alitalia a chiunque – ha chiosato – ma a soggetti che
la rendeno parte di un progetto strategico».
L’ultima chance, se si
esclude la liquidazione («non c’è intenzione di farla – ha detto – non
ricorrono i requisiti né economici né giuridici»), resta la trattativa
privata. Difficile da giustificare per un Governo: non è stata mai
seguita in Italia negli ultimi 20 anni e rende complicato spiegare
perché si invitano «uno o due soggetti» e non altri. Già, ma una
scappatoia il ministro ce l’ha: e cioè lasciare che sia il nuovo
management di Alitalia a ricercare un alleato industriale, un percorso
che la società seguirebbe in completa autonomia e sul quale il Tesoro
potrebbe al limite esprimere un gradimento. Se l’alleato piace, il
ministero gli cede i diritti di opzione per l’aumento di capitale: lo
Stato si diluirebbe al 5-10%, il nuovo socio – un vettore
internazionale come AirFrance che è già alleata di Alitalia –
entrerebbe nel capitale, forse dovrebbe lanciare un’Opa ma sicuramente
non avrebbe l’obbligo di comprare dallo Stato i 400 milioni di Mengozzi
bond. Padoa Schioppa ha ammesso che la precedente gara ha evidenziato
«criticità» e che per poter avviare la trattativa privata «alcune
condizioni per noi prima irrinunciabili ora dovranno essere cambiate».
Tra queste l’attivazione di ammortizzatori sociali (leggi cassa
integrazione), la soluzione del nodo Az Service, con i suoi contratti
fuori mercato e la ridondanza di personale, la riduzione delle penali.
Peccato che queste fossero alcune delle condizioni chiave (eccetto la
negoziazione con i sindacati e la deroga ai limiti antitrust) chieste
da AirOne e da Intesa e sulle quali il ministero ha risposto picche
nella bozza di contratto causando il loro ritiro dalla gara. Perché
prima erano un muro insormontabile e oggi invece possono essere
superate? E ancora, ci si chiede, se fare otto mesi di gara, con spese
a carico dei concorrenti e sul contribuente, fosse davvero uno scotto
da pagare per poi poter avere le mani libere e negoziare direttamente
con AirFrance.

dal Sole24Ore

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