Fannulloni, sprechi e rimborsi – Il folle federalismo delle Regioni

In Piemonte e Sicilia gli stipendi più alti. La Toscana costa più dell’Emilia
Bilancio-record in Sardegna.

Michele Iorio, presidente della Regione Molise (Prisma)

Michele Iorio, presidente della Regione Molise (Prisma)

Perché il presidente del consiglio regionale
pugliese deve guadagnare quasi il triplo del suo collega umbro? E
perché un consigliere marchigiano deve avere un pacchetto di diarie e
rimborsi non tassato fino a tre volte più basso d’un pari grado
piemontese?
Ecco cosa ti viene in mente, a leggere i bilanci
comparati delle venti regioni italiane. Ed ecco, accecante, la prova
che la trasparenza è il cuore di ogni possibile riforma. Il punto di
partenza essenziale per capire come l’autonomia, il federalismo, il
principio sano della sussidiarietà siano stati interpretati da molte
assemblee regionali come un invito insano: fate quello che vi pare.
Ognuno per sé. Al punto che, in rapporto agli abitanti, il
«parlamentino» valdostano costa oltre 22 volte più di quello lombardo.

Tutti i dati, fino a ieri scomposti,
scoordinati, difficili da mettere insieme se non a prezzo di tanta
fatica e tanta pazienza, sono finalmente su Internet. A disposizione di
tutti. Sul sito della Conferenza delle Regioni e delle Province
autonome.Certo, a leggere i documenti non tutti sono stati puntuali
nelle risposte alle sollecitazioni della presidenza. Mancano, per
esempio, i dati delle sedute dell’assemblea, delle ore impiegate in
aula o delle riunioni delle commissioni del Molise, della Calabria,
della Campania. E molti altri ancora.

Lo sforzo fatto dai consigli
e coordinato da Alessandro Tesini, presidente del parlamento
friulano-giuliano, fossero a maggioranza di sinistra o a maggioranza di
destra, va però riconosciuto. er la prima volta i cittadini possono
fare dei confronti. Calcolare. Capire.

E arrabbiarsi, qua e là. Per
quale dannatissima ragione, citiamo un caso, la pensione- base dei
deputati regionali molisani, emiliani, liguri, veneti o marchigiani
corrisponde al 65% dell’indennità parlamentare, quella dei pugliesi al
90% e quella dei siciliani o dei friulani al 100%? E proprio qui sta il
rischio.

Portati allo scoperto ed esposti
finalmente al giudizio della gente, che potrebbe ricordarsene al
momento del voto, alcuni potrebbero essere tentati di fare marcia
indietro. E serrare il catenaccio tornando a rinchiudersi nel
fortilizio di prima, avvolto dalle nebbie.
Oddio, non che adesso sia
tutto chiaro. L’obiettivo della massima trasparenza nei bilanci (quello
siciliano ha sparpagliato in 7 posti diversi la stessa voce «acquisto
di libri, riviste e giornali anche su supporto informatico» perché i
128 mila euro spesi non dessero nell’occhio) è ancora lontano. Basti
dire che perfino due regioni vicine e politicamente gemelle come la
Toscana e l’Emilia Romagna, pur rispondendo al proprio organismo di
raccordo e non a cronisti impiccioni e sfaccendati, hanno presentato
ciascuna i propri dati secondo i propri parametri, una comprendendo e
l’altra no una voce fondamentale quale il costo del personale.
Risultato: occorre tirare le somme per proprio conto per scoprire che,
con mezzo milione di abitanti in meno, il «parlamento» fiorentino costa
quasi 10 milioni di euro più di quello bolognese.
Per non dire di
quello siciliano che, coi suoi quasi 157 milioni di euro (messi a
bilancio ma non inseriti tra i dati a disposizione sul sito internet di
cui scriviamo) costa quanto le assemblee di Abruzzo, Basilicata,
Emilia-Romagna, Liguria e Puglia messe insieme. Eppure è battuto, in
rapporto alla popolazione, non solo dal consiglio della Sardegna (57
euro per abitante o addirittura di più se al combattivo sito isolano
altravoce.net
risulta nel 2007 una spesa complessiva non di 95 bensì di 102 milioni
di euro) ma anche da quello trento-altoatesino. Dove, a sommare le
assemblee provinciali e quella regionale (che di fatto coincidono) si
sfiorano i 52 euro pro capite. Contro i 7,59 dell’assemblea lombarda,
che come dicevamo è abissalmente meno costosa di quella valdostana la
quale, pro capite, di euro ne pesa addirittura 169.

Tema: hanno senso questi squilibri?
C’entrano qualcosa con il diritto all’autonomia? C’è una ragione alla
base dell’enorme differenza tra la mole di lavoro dell’aula piemontese,
dove nel 2006 si sono tenute 97 sedute per un totale di 255 ore di
lavoro parlamentare e quella dell’aula lucana, dove le sedute sono
state 23 e le ore di sosta dei consigliere al loro seggio soltanto 55,
cioè un quinto? Boh… Misteri. Come misteriosi restano i motivi per i
quali la Toscana ha 10 gruppi consiliari e la Puglia 21. C’è più
democrazia sotto i trulli che sui colli del Chianti? O solo più casino?
Ancora più sbalorditivi tuttavia, per tornare all’incipit, sono gli
squilibri tra i diversi stipendi dei nostri rappresentanti. Stipendi
che, avendo la Conferenza delle Regioni insistito perché ogni assemblea
fornisse le cifre nette, vere, reali, in busta paga, rovesciano luoghi
comuni e riservano un sacco di sorprese.
Stando ai dati ufficiali
forniti dal sito infatti (arriveranno smentite?) i parlamentari
regionali più pagati non sarebbero affatto i siciliani ma i piemontesi.
Che tra indennità, diarie, rimborsi auto e benzina eccetera, possono
arrivare a 16.630 euro. Seguono i pugliesi (13.830), gli abruzzesi
(13.359), i lombardi (12.555) e giù giù tutti gli altri (i siciliani
stanno a 10.946) fino ad arrivare ai valdostani (6.607), ai trentini
(6.614) e, in coda, agli umbri: 6.597.

Non meno clamorose sono le differenze
«dentro» lo stipendio. Dove puoi scoprire, sbarrando gli occhi per la
sorpresa, che l’indennità dei deputati abruzzesi (7.274 euro: la più
alta) è più che doppia rispetto a quella dei confinanti colleghi
marchigiani, che non arrivano a 3.128 euro. E che il pacchetto di voci
non tassabili (diarie, rimborsi…) è di soli 518 euro per i valdostani
ma può schizzare da 2.482 fino a 10.176 per i vicini piemontesi.
Un
rapporto sbalorditivo. Più o meno simile a quello che c’è tra i
presidenti delle assemblee, che stando al sito guadagnano generalmente
esattamente quanto il governatore. Il più pagato, come si diceva, è
quello pugliese: 18.885 euro. Seguono i colleghi della Sardegna
(14.644), della Sicilia (14.329), dell’Abruzzo (13,844), della Calabria
(13.353) e via via, a scendere, fino a quelli della Toscana (7.498) e
dell’Umbria, che chiude a 7.102. Pagato poco più di un terzo di chi
guida l’assemblea barese. E torniamo al tema: cosa c’entrano con la
legittima e sacrosanta autonomia degli enti locali questi assalti alla
diligenza che negli anni, per colpa ora di maggioranze di destra e ora
di sinistra, hanno portato il presidente del consiglio dell’Abruzzo
(reddito pro capite 19.442 euro) a prendere quasi quattromila euro più
di quello dell’Emilia (reddito pro capite 28.870) e quello della
Calabria (reddito pro capite 14.336) più di quello della Lombardia
(reddito pro capite 30.028)? Non sarà il caso che si cominci finalmente
a distinguere tra il diritto all’autonomia e il vizietto di farsi gli
affari propri?

Gian Antonio Stella sul Corriere

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