«La corruzione è dilagante – l’Italia può restare schiacciata»

23 febbraio, 2010

L’allarme dell’ex ministro dell’Interno Pisanu: subito le norme anticorrotti del premier e antimafia. Ma basterà?

Una nuova Tangentopoli? L’Italia del 2010 come quella del 1992? «No. Per certi versi, siamo oltre. Allora crollò il sistema del finanziamento dei partiti. Oggi è la coesione sociale, è la stessa unità nazionale a essere in discussione, al punto da venire apertamente negata, anche da forze di governo. Si chiude l’orizzonte dell’interesse generale e si aprono le cateratte dell’interesse privato, dell’arricchimento personale, della corruzione dilagante».

«Sono giorni che vado maturando queste parole – dice Giuseppe Pisanu, capo della segreteria politica di Moro, ministro dell’Interno, oggi presidente dell’Antimafia -. Esitavo a dirle, perché mi parevano eccessive. Apocalittiche. Poi mi sono ricordato che in Giovanni il linguaggio apocalittico è l’altra forma del linguaggio profetico. Quindi non credo di esagerare se dico che è il Paese a essere corrotto. C’è la corruzione endemica, denunciata dalla Corte dei Conti; e c’è quella più strutturata e sfuggente delle grandi organizzazioni criminali, tra le più potenti al mondo. In ordine d’importanza: ’ndrangheta, Cosa Nostra, camorra». La ’ndrangheta calabrese più importante della mafia siciliana? «Sì. A Milano controlla il 90% delle cosche. Ogni anno le mafie riversano su tutta l’Italia fiumi di danaro sporco, che vengono immessi nell’economia legale con l’attiva collaborazione di pezzi importanti della società civile: liberi professionisti, imprenditori, banchieri, funzionari pubblici e uomini politici a ogni livello. Tiri le somme, e capirà perché l’Italia è così in basso nelle graduatorie mondiali sulla corruzione e le libertà economiche».

Ma dell’inchiesta sulla Protezione Civile che idea si è fatto? «Non parlerei di nuova Tangentopoli. Il contesto è diverso anche se il fango è lo stesso. Speriamo che si arrivi presto alla verità e senza vittime innocenti. Diciotto anni fa furono troppe, e la giustizia pagò i suoi errori perdendo dignità e consenso. Bertolaso è un efficiente manager dello Stato, che ha lavorato bene; mi chiedo però se, fermi restando i suoi grandi meriti, non sia rimasto anche lui vittima della logica dell’emergenza. Lasciamo ai magistrati e agli avvocati la vicenda giudiziaria. Interroghiamoci piuttosto sul dilagare della corruzione pubblica e privata e sui rimedi necessari, prima che disgreghi le basi della convivenza civile e delle istituzioni democratiche». Dice Pisanu che «il Paese rischia di piegarsi sotto il peso dell’illegalità. Non sarei così preoccupato se fossi sicuro della tenuta della società civile e dello stesso patto costituzionale».

Non le dice nulla la coltre d’indifferenza calata sulle celebrazioni dei 150 anni dell’unità nazionale? «Nel 1961 celebrammo il centenario all’insegna del miracolo economico e della continuità ideale tra Risorgimento, Resistenza ed europeismo. Oggi l’idea dell’unità nazionale è ridotta a mera oleo g r a f i a , quando non è apertamente negata. Basta guardarsi intorno: crisi generale e immigrazione maldigerita; riletture faziose della storia risorgimentale e serpeggianti minacce di secessione; crescente divario economico e sociale tra il Nord e il Sud del Paese. È un’Italia divisa e smarrita. Non a caso, le indagini sociologiche ci rivelano un 25-30% di italiani reciprocamente risentiti e sempre più distanti gli uni dagli altri. Il peggio è che il risentimento è entrato anche in taluni gruppi politici e, tramite loro, influenza comportamenti istituzionali e prassi di governo ». Pensa alla Lega? «Certo, ma non solo. Anche ai vari movimenti sudisti, da Lombardo alla Poli Bortone a Bassolino: le leghe prossime venture. In generale, è chiaro che, quando si riduce la nozione stessa di bene comune, decade lo spirito pubblico, si allentano i vincoli della legge e si spiana la strada alla corruzione».

Quali allora i rimedi? «Si ponga mano subito alle proposte anticorruzione di Berlusconi. Al riordino della pubblica amministrazione. Al taglio dei rapporti incestuosi tra economia e politica. Al regolamento antimafia per la formazione delle liste». Sulla legge anticorruzione molti ministri sono perplessi. «Penso e spero che le perplessità siano state di carattere formale, che non riguardino l’obiettivo della lotta alla corruzione. Ma, posto che queste cose si facciano, non basteranno. Secondo me, si dovrà agire più in profondità: nelle viscere della “nazione difficile”, dove il patto unitario e il contratto sociale debbono essere rinnovati ogni giorno come il famoso plebiscito di Renan. Il problema è innanzitutto politico, e non possiamo certo risolverlo con il bipolarismo selvaggio, con lo scontro sistematico tra maggioranza e opposizione che ha trasformato questo primo scorcio di legislatura in una snervante campagna elettorale. Serve invece il confronto delle idee, serve la competizione democratica, in cui vince chi indica le soluzioni migliori ai problemi che abbiamo davanti».

Sostiene Pisanu che «è necessario un profondo rinnovamento del ceto politico. A condizione che lo si realizzi con strumenti neutrali: non sia la magistratura ma la politica a guidare il processo, o meglio siano gli elettori, grazie a una nuova legge elettorale che consenta ampia libertà di scelta. Il ricambio ci potrà salvare se servirà davvero a migliorare la qualità della classe politica. Come diceva Fanfani, “si può essere bischeri anche a diciott’anni”. La Commissione antimafia da me presieduta darà il suo contributo facendo, dopo le Regionali, una verifica accurata sugli eletti. Abbiamo il potere di avvalerci delle strutture dello Stato, delle forze dell’ordine, della stessa magistratura, e lo useremo. Siamo in grado di fare gli accertamenti più scrupolosi e approfonditi, e li faremo».

«La questione morale non solo esiste; è antica come le Sacre Scritture e moderna come la nostra Costituzione – dice Pisanu -. Ne parla il nuovo libro di Giovanni Galloni, che riferisce l’ultimo colloquio con Dossetti prima della sua morte, in cui il vicesegretario della Dc degasperiana ammonisce che, finita l’epoca dei partiti ideologici, si deve tornare alla cultura politica della Carta costituzionale. Certamente vengono da lì i valori e le regole di cui abbiamo bisogno per vincere non soltanto la corruzione ma anche la più estesa malattia politica che sta mettendo a dura prova l’Italia. Il pericolo che corriamo mi ricorda la frase che feci riprodurre suimanifesti della Dc in morte di Aldo Moro. Un pensiero che lo assillava negli ultimi tempi della sua vita: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà in noi un nuovo senso del dovere”».

Aldo Cazzullo sul Corriere.it

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L’istituto fantasma dell’istruzione: Nomine a tempo di record, poi il nulla

5 giugno, 2008
ROMA—L’hanno battezzato, poco felicemente, «Invalsi ». E ora si è perso nelle nebbie. È l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione, ossia la struttura che dovrebbe misurare l’efficienza del nostro sistema scolastico, che finora è stato un buco nell’acqua. L’Invalsi viene creato nel 1999, con poche risorse e poco personale.

I progetti pilota avviati procedono a corrente alternata e i risultati raccolgono meno consensi che critiche. Finché arriva il governo di Romano Prodi e il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni decide di afferrare il toro per le corna.

Per prima cosa commissaria l’istituto con una terna di esperti: Piero Cipollone, proveniente dalla Banca d’Italia, la direttrice della Fondazione Marco Biagi, Paola Germana Reggiani Gelmini, e Elena Ugolini, preside di liceo, molto vicina a Comunione e Liberazione, che aveva già un posto nel comitato direttivo dell’Invalsi al tempo di Letizia Moratti. Poi si cerca di avviare una specie di riforma, affidando all’Invalsi anche il compito di definire un sistema per la valutazione dei diecimila dirigenti scolastici. Com’è ovvio, non senza problemi. Secondo il Quaderno bianco sulla scuola di Fabrizio Barca per svolgere i compiti che gli sono affidati l’Invalsi dovrebbe diventare un’authority, avere 400 esperti (oggi ha 48 dipendenti) e almeno 20 milioni (attualmente ha un budget di 6 milioni). Insomma, una Smart che dovrebbe andare come una Ferrari.

Passa un anno e Fioroni decide comunque di mettere fine al commissariamento, ricostituendo gli organi. Ma riducendo all’osso la struttura: da otto a tre membri. Perché l’operazione sia inattaccabile si stabilisce di far selezionare i componenti dell’Invalsi a una commissione di tre persone: due alti dirigenti del ministero, Giuseppe Cosentino e Lucrezia Stellacci, e Ugo Trivellato, ordinario di statistica all’Università di Padova.

L’avviso si pubblica sulla Gazzetta Ufficiale del 21 dicembre 2007. La scadenza per le domande è fissata per il 21 gennaio. Fa fede il timbro postale, ma con una velocità sorprendente anche per dei postini supermen, il giorno dopo, alle tre del pomeriggio, la commissione inizia a esaminare le domande: ne sono arrivate una cinquantina. Neanche 48 ore e il 24 gennaio, alle 18, è tutto finito. Con una rapidità supersonica quella stessa sera Fioroni firma il decreto di nomina dei tre componenti del comitato direttivo dell’Invalsi. E la mattina seguente, 25 gennaio, il consiglio dei ministri ratifica a razzo. Perché tanta fretta? Chissà. Ma il 25 gennaio non è un venerdì qualsiasi. Quel giorno il governo Prodi si riunisce dopo le dimissioni del suo premier. Il 24 gennaio, mentre freneticamente si completano le selezioni per l’Invalsi, il Senato sta negando la fiducia all’esecutivo di centrosinistra.

I tre prescelti sono Cipollone, Elena Ugolini e Claudio Giovanni Demartini, del Politecnico di Torino, al posto di Reggiani Gelmini. Il consiglio dei ministri designa pure il presidente, nella persona di Cipollone. Il giudizio degli esperti non è vincolante. Ma chi si ritrova in mano l’elenco degli idonei stilato dalla commissione non può non notare che fra i tre nominati dal governo manca proprio quello che aveva ottenuto il punteggio più alto. È Giorgio Allulli, ex direttore del settore istruzione del Censis, da molti anni dirigente dell’Isfol. Gli hanno dato 81 punti, contro 80 di Elena Ugolini, e 73 di Cipollone e Demartini. Eppure nella lista di quelli che dovrebbero rilanciare il merito nella scuola italiana il suo nome non c’è.

Dopo la nomina da parte del governo, la procedura prevedeva un passaggio alle commissione parlamentari, ma con il caos che c’era le commissioni non si sono riunite ed è scattato il silenzio assenso. A quel punto serviva soltanto il decreto di nomina del presidente, ma dopo le elezioni tutto si è bloccato di nuovo. Sono passati quattro mesi e nessuno sa dire quando e se l’Invalsi riemergerà dalle sabbie mobili del ministero e dalle insidie dello spoils system. Alla faccia dell’urgenza, di una scuola che va a rotoli, e anche del merito.

Sergio Rizzo, dal Corriere


«Viaggi in elicottero e terreni»

21 aprile, 2008

Gli atti al Tribunale dei ministri: «Voli per 120 mila euro». Il leader dei Verdi accusato di corruzione


Pecoraro Scanio

ROMA — Viaggi privati in elicottero pagati dal
ministero, vacanze a Miami o alle isole Canarie, soggiorni nell’hotel
sette stelle Town House di Milano, un terreno acquistato nella zona di
Viterbo, un intero palazzo da affittare a Roma: sono questi i «favori»
che il responsabile dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio avrebbe
accettato come ricompensa per aver concesso appalti e affidato
incarichi di consulenza. La procura di Roma ha trasmesso gli atti
ricevuti dai colleghi di Potenza al Tribunale dei ministri
contestandogli il reato di corruzione. E nell’avviso elenca i «fatti
oggetto di indagine» che il collegio dovrà adesso valutare. Al centro
dell’inchiesta ci sono i rapporti tra Pecoraro Scanio e Mattia Fella,
il titolare dell’agenzia di viaggi Visetur, tour operator specializzato
in vacanze di lusso, affitto di auto, yacht e velivoli, ma anche
organizzazione di servizi di scorta affidati a guardie private. Anche
Fella e gli altri imprenditori che avrebbero goduto di queste
concessioni sono stati iscritti nel registro degli indagati. Nei loro
confronti viene ipotizzata l’associazione per delinquere finalizzata
alla commissione di altri illeciti.

Le vacanze
Nel provvedimento
il pubblico ministero contesta al ministro di aver usufruito di
«numerosi trasferimenti e spostamenti a bordo di un elicottero pagato
da Fella per un importo pari a 120.000 euro». Lo stesso Fella avrebbe
però ottenuto «una convenzione con il ministero dell’Ambiente avente ad
oggetto il noleggio da parte della pubblica amministrazione di un
numero di ore di elicottero per un importo corrispondente a quello
pagato da Fella per i numerosi spostamenti in elicottero e per le
vacanze private in Italia e all’estero offerti al ministro». In pratica
secondo l’accusa la Visetur anticipava i soldi per coprire le spese, ma
aveva la certezza che sarebbero stati restituiti attingendo alle casse
dallo Stato. Pecoraro dovrà anche giustificare «i numerosi e costosi
viaggi-soggiorno in Italia e all’estero offerti da Fella per un valore
pari a diverse decine di migliaia di euro». E poi c’è «l’acquisto di un
terreno per conto Il documento La prima pagina degli atti
dell’inchiesta su Alfonso Pecoraro Scanio, responsabile del dicastero
dell’Ambiente, trasmessi dalla Procura al Tribunale dei ministri del
ministro, pagato da Fella 265.000 euro e la promessa fatta dallo stesso
Fella di offrire la locazione di un prestigioso immobile sito in Roma
nel quale si sarebbe dovuta fissare la sede di una “fondazione”
riconducibile al ministro». Il terreno, che si trova a Bolsena, nella
zona di Viterbo, sarebbe stato sovrastimato 800.000 euro per ottenere i
finanziamenti bancari.

Le consulenze
Il magistrato
ritiene di aver individuato la contropartita di queste «utilità». E
nell’avviso scrive: «Mattia Fella avrebbe ottenuto la nomina del
fratello Stanislao, di Gianluca Esposito e la conferma di Giuseppe
Leoni in commissioni del ministero dell’Ambiente; la stipulazione
nell’anno 2006 di una convenzione tra la Visetur spa e il ministero
dell’Ambiente avente ad oggetto il servizio di “agenzia di viaggi”; la
promessa, da parte del ministro, dell’affidamento alla “Sogesa” di
Francesco Rocco Ferrara e alla “Teseco” di Gualtiero Masini
dell’appalto relativo alla bonifica di un’area sita nel territorio di
Crotone, grazie anche all’aiuto del senatore Marco Pecoraro Scanio (il
fratello del ministro, anche lui indagato, ndr) e di Vincenzo Napoli».
Si tratta di due società per le quali Fella avrebbe avuto un interesse
personale visto che è legato a Ferrara da rapporti di parentela.
L’imprenditore è a Miami, ma i suoi avvocati Luca Maori e Marco Brusco
assicurano che «rientrerà in Italia questa settimana proprio per
chiarire che non c’è nulla di illecito in questo legame con il ministro
Pecoraro Scanio. L’agenzia non ha infatti alcun contratto di esclusiva
e tutti i viaggi, anche quelli privati, sono stati regolarmente
fatturati come siamo pronti a dimostrare ai giudici ». Secondo i legali
anche la scelta di utilizzare l’elicottero potrà essere giustificata
«dimostrando che i costi sono inferiori a quelli per utilizzare i mezzi
del corpo forestale». Agli atti del Tribunale dei ministri ci sono
decine e decine di intercettazioni telefoniche. Gli apparecchi sotto
controllo sono quelli degli imprenditori e dunque, se i giudici
riterranno di doverle utilizzare contro Pecoraro Scanio, dovranno
chiedere l’autorizzazione alla giunta parlamentare della Camera anche
se non è stato rieletto.

Fiorenza Sarzanini sul Corriere

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Da Luxuria alla Santanchè, ecco i silurati

15 aprile, 2008

Indipendentemente dalla fede politica, e dall’ordine dei primi due classificati, penso che queste elezioni hanno portato sicuramente qualcosa di buono… un po’ di pulizia in parlamento!
Basta con i mille gruppi parlamentari da 1 deputato/senatore (che oltretutto costano una cifra spropositata per il solo fatto che esistono come gruppo parlamentare…)
Tralasciando tutti i commenti di parte, voglio riportare un articolo del Corriere che riassume i ‘trombati’ dell’edizione 2008, e questa volta sono tanti nomi illustri!!!

“ROMA – Quasi uno «tsunami» elettorale quello prodotto dal voto,
che ha scalzato dal seggio tanti leader e personalità che hanno segnato
questi ultimi due anni di legislatura.

Addio al Parlamento del veterano Fausto Bertinotti, che dopo
aver guidato Montecitorio è stato tagliato fuori due volte: come leader
della Sinistra Arcobaleno e come segretario del Prc. L’operazione
ghigliottina, condotta dalla soglia di sbarramento, ha fatto cadere le
teste di tutti e quattro i leader dei partiti della sinistra che
avevano dato vita alla sinistra Arcobaleno. Anzi tre, visto che Oliviero Diliberto, segretario del Pdci aveva già deciso di lasciare il suo seggio a un operaio della Tyssenkrupp, Ciro Argentino,
che però, dato l’esito elettorale, non approderà a Montecitorio,
rendendo nullo il sacrificio di Diliberto. Restano fuori anche il
leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio Mussi, il “capo” della Sinistra Democratica. Altro veterano che non avrà un posto, questa volta a Palazzo Madama, è Ciriaco De Mita, uscito dal Pd per approdare nell’Udc.

«Silurati» anche Enrico Boselli, leader e candidato-premier del Partito Socialista, e Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay. Seggi preclusi anche per il trio della Destra: Daniela Santanchè, Francesco Storace e Teodoro Buontempo. Non varcheranno i portoni del Parlamento (almeno per questa sedicesima legislatura) neanche gli antagonisti del Pd, Willer Bordon e Roberto Manzione che avevano dato vita all’Unione Democratica dei consumatori.

Stop alle goliardate e alle provocazioni di Francesco Caruso:
il no global che aveva fatto il suo esordio alla Camera «traghettato»
dal Prc questa volta è rimasto al palo insieme alla pattuglia della
Sinistra Arcobaleno. Stesso destino per Vladimir Luxuria, la
prima transgender in Parlamento che proprio per il suo status era stata
presa di mira dall’azzurra Elisabetta Gardini che voleva imporre alla
collega l’utilizzo della toilette destinata agli uomini.”

Giuliana Palieri per il Corriere

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Repression continues in China, six months before Olympic Games

25 marzo, 2008

When the International Olympic Committee assigned the 2008 summer
Olympic Games to Beijing on 13 July 2001, the Chinese police were
intensifying a crackdown on subversive elements, including Internet
users and journalists. Six years later, nothing has changed. But
despite the absence of any significant progress in free speech and
human rights in China, the IOC’s members continue to turn a deaf ear to
repeated appeals from international organisations that condemn the
scale of the repression.

From the outset, Reporters Without
Borders has been opposed to holding the Olympic Games to Beijing. Now,
a year before the opening ceremony, it is clear the Chinese government
still sees the media and Internet as strategic sectors that cannot be
left to the “hostile forces” denounced by President Hu Jintao. The
departments of propaganda and public security and the cyber-police, all
conservative bastions, implement censorship with scrupulous care.

Around 30 journalists and 50 Internet
users are currently detained in China. Some of them since the 1980s.
The government blocks access to thousands for news websites. It jams
the Chinese, Tibetan and Uyghur-language programmes of 10 international
radio stations. After focusing on websites and chat forums, the
authorities are now concentrating on blogs and video-sharing sites.
China’s blog services incorporate all the filters that block keywords
considered “subversive” by the censors. The law severely punishes
“divulging state secrets,” “subversion” and “defamation” – charges that
are regularly used to silence the most outspoken critics. Although the
rules for foreign journalists have been relaxed, it is still impossible
for the international media to employ Chinese journalists or to move
about freely in Tibet and Xinjiang.

Promises never kept

The Chinese authorities promised the
IOC and international community concrete improvements in human rights
in order to win the 2008 Olympics for Beijing. But they changed their
tone after getting what they wanted. For example, then deputy Prime
Minister Li Lanqing said, four days after the IOC vote in 2001, that
“China’s Olympic victory” should encourage the country to maintain its
“healthy life” by combatting such problems as the Falungong spiritual
movement, which had “stirred up violent crime.” Several thousands of
Falungong followers have been jailed since the movement was banned and
at least 100 have died in detention.

A short while later, it was the turn of
then Vice-President Hu Jintao (now president) to argue that after the
Beijing “triumph,” it was “crucial to fight without equivocation
against the separatist forces orchestrated by the Dalai Lama and the
world’s anti-China forces.” In the west of the country, where there is
a sizeable Muslim minority, the authorities in Xinjiang province
executed Uyghurs for “separatism.”

Finally, the police and judicial
authorities were given orders to pursue the “Hit Hard” campaign against
crime. Every year, several thousand Chinese are executed in public,
often in stadiums, by means of a bullet in the back of the neck or
lethal injection.

The IOC cannot remain silent any longer

The governments of democratic countries
that are still hoping “the Olympic Games will help to improve the human
right situation in China” are mistaken. The “constructive dialogue”
advocated by some is leading nowhere.

The repression of journalists and
cyber-dissidents has not let up in the past seven years. Everything
suggests that it is going to continue. The IOC has given the Chinese
government a job that it is going to carry out with zeal – the job of
“organising secure Olympic Games.” For the government, this means more
arrests of dissidents, more censorship and no social protest movements.

This is not about spoiling the party or
taking the Olympic Games hostage. And anyway, it is China that has
taken the games and the Olympic spirit hostage, with the IOC’s
complicity. The world sports movement must now speak out and call for
the Chinese people to be allowed to enjoy the freedoms it has been
demanding for years. The Olympic Charter says sport must be “at the
service of the harmonious development of man, with a view to promoting
a peaceful society concerned with the preservation of human dignity.”
Athletes and sports lovers have the right and the duty to defend this
charter. The IOC should show some courage and should do everything
possible to ensure that Olympism’s values are not freely flouted by the
Chinese organisers.

The IOC is currently in the best
position to demand concrete goodwill gestures from the Chinese
government. It should demand a significant improvement in the human
rights situation before the opening ceremony on 8 August 2008.

And the IOC should not bow to the
commercial interests of all those who regard China as a vital market in
which nothing should be allowed to prevent them from doing business.

No Olympic Games without democracy!

Reporters Without Borders calls on the
National Olympic Committees, the IOC, athletes, sports lovers and human
rights activists to publicly express their concern about the countless
violations of every fundamental freedom in China.

After Beijing was awarded the games in
2001, Harry Wu, a Chinese dissident who spent 19 years in prisons in
China, said he deeply regretted that China did not have “the honour and
satisfaction of hosting the Olympic Games in a democratic country.”

Russian dissident Vladimir Bukovsky’s
outraged comment about the holding of the 1980 Olympics in Moscow –
“Politically, a grave error; humanly, a despicable act; legally, a
crime” – remains valid for 2008.

da Reporters Without Borders

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D’Alema in campo per Bassolino

3 marzo, 2008

«I rifiuti a Napoli sono problema e responsabilità nazionali e ne rispondiamo tutti, anche Berlusconi»

ROMA – «È inaccettabile dare la colpa solo a Bassolino per l’emergenza rifiuti in Campania». È l’opinione del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, in riferimento al rinvio a giudizio del presidente della Campania, Antonio Bassolino, insieme ad altre 27 persone per gli appalti sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti campani. Sabato scorso il segretario del Pd, Walter Veltroni, aveva detto di «fare affidamento alla coscienza» di Bassolino, ma il governatore ha deciso di non dimettersi. Antonio Di Pietro ha invitato anche lunedì il governatore ad andarsene.

PROBLEMA NAZIONALE – Il problema dei rifiuti a Napoli è un problema nazionale ed è «eticamente inaccettabile questo scarico di responsabilità su un solo uomo perché è un problema che fa parte della responsabilità del governo nazionale», ha aggiunto D’Alema in un’intervista alla sede romana della stampa estera. «Si tratta della sconfitta di un’intera classe dirigente, tutti ne rispondiamo e anche Berlusconi, che ha governato per cinque anni, dovrebbe farlo. Ora bisogna aiutare il prefetto De Gennaro a portare a termine il suo compito. Lo affiancheremo e lo sosterremo».

BERLUSCONI RIVOLTO AL PASSATO – «La campagna elettorale di Berlusconi è rivolta esclusivamente al passato», ha detto il vice primo ministro. «Ha cominciato evocando lo spirito del ’94, ora si è avvicinato ai nostri giorni. Berlusconi dovrebbe invece riuscire a misurarsi con la novità che noi proponiamo al Paese, perché siamo stati i primi a capire che la vecchia logica dei governi di coalizione è superata».

«CHIEDETE A VELTRONI» – Alla domanda se, in caso di vittoria del Partito democratico, sarà ancora ministo degli Esteri, D’Alema ha risposto: «Mi sono appuntato un nome: Veltroni. È una domanda che va rivolta a lui».

dal Corriere

Un solo commento…

posso essere d’accordo sul non dare la colpa SOLOa Bassolino… ma questo non implica che non si debba chiedere conto delle sue azioni ANCHE a Bassolino…

Cerchiamo tutti i responsabili, ok, ma iniziamo almeno da quelli che lo sono sicuramente

Alla domanda di un cronista ‘Lei è stato governatore per 8 dei 14 anni di emergenza.. non si sente in qualche modo responsabile?’ ha risposto ‘Io sono stato commissario per soli 4 anni su 14’… Ma che risposta è?!

d’altronde… che altra risposta poteva dare?!?!

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No ai tagli fiscali, l’Italia risani i conti

12 febbraio, 2008
Mentre il calo delle tasse sul lavoro scalda la campagna elettorale, Padoa-Schioppa conferma: il tesoretto non esiste

BRUXELLES – In Italia tutti i candidati alle prossime elezioni devono puntare al rafforzamento dei conti pubblici. È il messaggio che arriva dall’Europa, dove alle ipotesi di riduzione delle tasse o di aumento dei salari, al centro del dibattito politico di casa nostra, si risponde con la richiesta di «misure specifiche» per consolidare il bilancio già nel 2008. «Noi non partecipiamo alla campagna elettorale italiana – ha detto il commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, al termine della riunione dell’Eurogruppo – ma il rafforzamento del consolidamento delle finanze pubbliche è un buon messaggio per tutti i candidati», di centrodestra e di centrosinistra è stato il monito del guardiano dei conti europei per il quale sonolo chi ha i conti in ordine può permettersi tagli fiscali. L’Eurogruppo ha invitato l’Italia, che ha riscosso approvazione per il contenimento del deficit ottenuto nel 2007 dal ministro Padoa-Schioppa a un intervento più «ambizioso» nel 2008 e a riportare al 2010 l’obiettivo dell’equilibrio di bilancio slittato nel 2011. I ministri finanziari della zona euro hanno richiamato soprattutto la Francia a rispettare l’impegno di azzeramento del deficit nel 2010 senza pretendere la dilazione di 2 anni annunciata dal presidente Sarkozy lo scorso luglio.

PADOA SCHIOPPA E IL TESORETTO – E stamane prende il via la riunione dell’Ecofin che ha all’ordine del giorno la valutazione dei piani di stabilità di Italia, Francia e altri paesi della zona euro. Per l’Italia partecipa il ministro Padoa -Schioppa che mentre era in volo per Bruxelles avrebbe negato l’esistenza di entrate extra da redistribuire. «Il cosiddetto tesoretto non esiste – avrebbe detto il ministro dell’Economia, Padoa-Schioppa, ai suoi collaboratori riferisce il quotidiano la Repubblica – L’ho detto a dicembre e nel frattempo la situazione è solo peggiorata». Le parole del ministro sono arrivate nel giorno in cui Il Sole 24 Ore fa i conti in tasca allo Stato mettendo in dubbio l’esistenza del Tesoretto proprio mentre il calo delle tasse sul lavoro scalda la campagna elettorale. «Una priorità», secondo i sindacati e il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi che propone, dopo i conti della trimestrale, di dare un «anticipo della riduzione»: darebbe un aiuto alle famiglie e una spinta ai consumi per contrastare anche il rallentamento dell’economia. Ma per ridurre le tasse si deve partire dai conti sui quali, invece che l’arrivo di un nuovo tesoretto rappresentato dalle maggiori entrate, potrebbero profilarsi «extraspese» non previste per 7 miliardi, denuncia il quotidiano economico diretto da De Bortolo, che ipotizza nel 2008 un’espansione non preventivata della spesa per almeno 7 miliardi, che porterebbe il deficit dal 2,2% previsto ad oltre il 2,6%.

dal Corriere

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