Io, sieropositiva: Milano fa paura

9 ottobre, 2008

Sesso facile, tradimenti e ignoranza. Lo specialista Moroni: ogni giorno tre adulti si infettano in questa città

Aids: «Ci spogliamo, finalmente è arrivato il momento, ma alt, ferma un attimo, è giusto dirglielo che sono

sieropositiva. Glielo dico. E lui “ah no, guarda, così è diverso”, e se ne va, nel senso che mi molla, non ci vediamo più, basta, chiuso, e io ero innamorata, giuro, non sono una facile. Purtroppo». Aids: «Tanti miei amici sanno che sono malata da anni. Sanno tutto, e gli faccio una testa così, sulle precauzioni. Mi dicono, certi giorni: “Angelina, stanotte sapessi che ho fatto…”. E io: “Il preservativo l’hai usato, vero?”. “Mica serve. Quella lì, sicuramente, non ce l’ha, l’Aids. È sposata, lavora, dovresti vedere che bellezza, che forme, no, non può essere malata». Dice l’infettivologo Mauro Moroni che in città ci son «tre nuovi infettati al giorno».

E questi nuovi infettati, un esercito di 30 e 40enni — gente con esistenze, professioni, famiglie, passatempi da milanesi, se vi piace usiamo l’aggettivo «normali», gente che si diverte, incontra, finisce a letto —, questi nuovi infettati Angela li vede, conta, ascolta, e ne piange l’ignoranza, o l’arroganza, o la presunzione. Angela fa la volontaria per Anlaids, l’associazione nazionale per la lotta all’Aids. Ha 46 anni. L’ha infettata un fidanzato, poi morto. «Aveva l’Aids. Non lo sapevo. A lungo non l’ha saputo nemmeno lui. E chi lo usa, oggi, il preservativo. I genitori non ne parlano coi figli: è ancora un tabù. E nel rapporto sessuale, il preservativo è ancora visto come un ostacolo, una cosa medievale… Certi pazzi, quando vanno a prostitute, pagano il triplo per non indossarlo, ma lì c’è l’adrenalina, il piacere del rischio… In tutti gli altri casi, è idiozia pura». Oppure non è semplice idiozia. «In fondo, un orgasmo cos’è? Una roba di cinque, dieci minuti? D’accordo, e poi? È questo soltanto il sesso, un orgasmo rapido? Nient’altro? E allora ci vorrebbe una rieducazione al sesso. Ci vorrebbe rispetto. Per se stessi. Per gli altri ». Noi e gli altri. Casi e storie. Amori e convivenze, passioni e tradimenti. E sesso, sesso, sesso. Casi e storie. Lui e lei. Lei: io moglie, mi comporto bene, sto solo con mio marito, lui va con altre, infettate, e m’infetta, rimango incinta, e infetto mio figlio. Lui: io marito, sono monogamo, solo mia moglie, e lei fa sesso con un amante, che ha contratto il virus in precedenza con un’altra, lo trasmette a mia moglie, e il virus arriva a me, tu pensa, maledizione, a me che una volta al mese puntualissimo faccio il test.

«Ogni giorno, a Milano, ci son tre nuovi infettati» ripete Moroni. «E non c’è nessun ragazzino, tra loro. Nessuno. Solo adulti» dice Angela. «Prendono un raffreddore, che non passa, o passa e torna più bastardo di prima. Vanno a fare dei controlli, e oplà, scoprono d’essere sieropositivi… Non subito. Anche anni dopo. Quando ti sei sistemato, hai messo su casa e messo al mondo due pargoli. Ti piomba dentro, e tu: “Io? E com’è possibile?”». Com’è possibile, Angela? «C’è chi è talmente sicuro di sé da non usare mai il preservativo. Dice: “Non scelgo persone malate, ho occhio, sono intelligente, conosco il mondo, io il mondo lo viaggio. Soprattutto, mi fido”. Presuntuosi: pensano di guardare negli occhi un estraneo, e subire capire, con uno sguardo. Chi ha in mente l’immagine del sieropositivo come uno scheletro vivente, si sbaglia. Medicine, pillole, continui esami, oggi si muore più tardi, rispetto al passato. Si dura di più. Chiaro. Prendi continui raffreddori, polmoniti, il fisico è debole, debolissimo. Quanto alle medicine, sono come cicli di chemioterapia. Con certi effetti collaterali… Per dire, capita che sotto la cintura perdi tre taglie e sopra la cintura ne prendi quattro, diventi una figura grottesca, smilza e obesa al contempo. Ma alla fine, se t’impegni riesci a stare a galla, a non trasformarti in un mostro…». A non farlo vedere.

Angela aveva un lavoro («Non ti licenziano perché sieropositiva, però ti fanno capire che sarebbe meglio andar via, per te e per loro») e fa fatica perfino a trovarsi un dentista («Ah, sieropositiva…»). Non la turba, questa vita a ostacoli. «Faccio più fatica di altri a progettare. Non ho potuto aver figli, le relazioni son quelle che sono, il fisico anche. C’è depressione. Fa male. Ma fa più male, agli incontri in associazione, questa scena qui, frequente. Io arrivo, c’è gente nuova, non dico che sono sieropositiva, poi lo dico e vedo qualcuno che non ci crede, “Come, tu? Sei normale”, perché fisicamente non si nota niente di strano. E io “Guarda che anche tu sei normale, ma che ne sai delle persone con cui fai sesso, e di quelle con cui loro l’hanno fatto, e di come l’hanno fatto, eh, che ne sai?».

Andrea Galli sul Corriere

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Il sogno di Starck: un mulino (a vento) su ogni tetto

5 agosto, 2008
Un microgeneratore eolico permetterà di risparmiare l’80 per cento dell’energia utilizzata nelle abitazioni
MILANO – Quando scienza, ecologia e design vanno a braccetto, si può stare certi che di mezzo c’è lo zampino di Philippe Starck, il
creativo francese che dopo avere legato il suo nome alla produzione di
mobili e complementi d’arredo al tempo stesso sexy e (relativamente)
alla portata di tutti, facendosi così paladino del «democratic design»,
intravede ora per se stesso e per il mondo del design nel suo
complesso, un futuro tutto all’insegna del verde. E’ insomma l’era
dell’«ecologic design» e l’ariete con cui si prepara a sfondare il
mercato degli ecodispositivi domestici è un microgeneratore di energia
che promette di abbattere dell’80% il ricorso alle forme di energia
tradizionali. Un piccolo mulino a vento che, nella filosofia
starckiana, non è solo funzionale ma anche e soprattutto bello.

Il mulino a vento disegnato da Philippe Starck
Il mulino a vento disegnato da Philippe Starck

PRODOTTO ITALIANO – Presentato ad aprile nel corso
del Salone del mobile di Milano, il l’«Eolienne» di Starck ha
conquistato un’intera paginata sull’International Herald Tribune.
Prodotto da un’azienda italiana, la toscana Pramac, specializzata nella
produzione di generatori elettrici e componenti per impianti
fotovoltaici (e che nei mesi scorsi ha creato una newco con Banca
Intesa, la Solar Express, specializzata nella produzione di energia
solare), l’innovativo mulino a vento dovrebbe essere venduto ad un
prezzo tra i 500 e gli 800 euro e poi piazzato sul tetto della propria
abitazione. Collegato all’impianto di casa, sarebbe in grado di fornire
la gran parte del fabbisogno energetico domestico. Il rendimento, va da
sè, è legato a molti fattori, primo fra tutti l’esposizione a venti e
correnti.

DESIGN TRA LE TEGOLE – Ma sul fatto che un prodotto del genere
possa sfondare, lo stesso Starck sembra avere pochi dubbi, spiegando
che una buona parte del successo dell’«Eolienne» potrebbe arrivare
proprio dal suo design. E in effetti si è decisamente lontani sia dai
classici mulini a vento a pale tipici del panorama olandese, sia dai
moderni impianti piazzati in serie sulle creste delle colline per la
produzione di energia eolica su vasta scala. Il windmill di Starck, con
la sua forma quadrata, gli angoli arrotondati e, soprattutto, il look
sinuoso e accattivante reso dalla plastica trasparente con cui è
realizzato, si presta ad essere una presenza discreta sui tetti delle
città, molto meno invasiva di certe ventole metalliche di areazione per
canne fumarie o della selva di antenne, tradizionali o paraboliche, che
orna le sommità di molti edifici dove gli impianti centralizzati non si
sa neppure cosa siano. «In linea con il concetto di immaterialità – ha
spiegato il designer -, ho disegnato un windmill molto speciale:
bellissimo, la prima turbina eolica quasi invisibile

ECOLOGIA DEMOCRATICA – Starck, in un’intervista al Mondo, il settimanale economico del Corriere della Sera,
aveva parlato del suo microgeneratore eolico come di un esempio di
«alta tecnologia coniugata con la creatività attraverso un progetto
rivoluzionario». E aveva colto l’occasione della presentazione del
prototipo per presentare il suo nuovo credo: «Per vent’ anni – diceva
Starck ho creato oggetti che potessero essere acquistati da più persone
possibile, dallo spremiagrumi di Alessi alla sedia La Marie di Kartell,
contro l’ elitarismo del design. Ora desidero che l’ ecologia sia alla
portata di tutti. Il windmill rappresenta, infatti, la
democratizzazione dell’ ecologia. Sarà contenuto in una scatola e
venduto nei supermercati, a costi contenuti. Perché chiunque possa
decidere di comprarlo e, in pochi minuti, montarselo sul tetto di
casa». La collaborazione con l’azienda porterà anche alla realizzazione
di una nuova generazione di pannelli fotovoltaici, di barche a idrogeno
e auto elettriche. Insomma, tutto quello che può servire per rendere
sempre più compatibili le comodità della vita moderna e la
sostenibilità ambientale.

LA BARCA A IDROGENO – L’Herald Tribune non ha dubbi: se
Starck è riuscito per anni ad avere successo con quelli che lui stesso
ha definito oggetti inutili, figuriamoci ora che la sua creatività è al
servizio della massima funzionalità e della pubblica utilità. E la
dimostrazione pratica la darà, oltre che con il mulino a vento
domestico, con la concretizzazione del progetto di barca a idrogeno, il
cui primo esemplare realizzato sarà consegnato la prossima primavera
all’hotel Bauer di Venezia Del resto è lo stesso architetto a spiegare
quanto sia inevitabile che oggetti e beni di uso quotidiano, anche
quando si è sposata la causa della sostenibilità, siano in primo luogo
belli: «L’ecologia deve essere un piacere, non una punizione».

dal Corriere


Nuova energia dal peso di un passo

12 giugno, 2008
Roma – L’ecologia è il nuovo trend dell’ICT mondiale. Le aziende sono sempre più attente alle ricadute ambientali delle proprie infrastrutture e delle proprie tecnologie, ma la vera novità è che le fonti di energia alternativa si stanno facendo sempre più curiose e originali: chi avrebbe immaginato che fare la corsa per prendere il treno al volo potesse illuminare una stazione?
Victoria StationÈ quanto si accingono a realizzare nel Regno Unito, dove il pavimento della stazione di Victoria Station potrebbe trasformarsi presto in un generatore in grado di alimentare 6.500 lampadine. Secondo le stime dei tecnici che lavorano al progetto, il passaggio ogni ora di 34mila passeggeri dovrebbe essere in grado di garantire abbastanza energia da illuminare l’intera stazione, a patto ovviamente che si cammini con le proprie gambe senza imbambolarsi sui rulli.
L’idea è quella di utilizzare la pressione esercita dai piedi durante la rullata: il peso viene prima appoggiato sul tallone e poi scorre verso la punta, e questo movimento può essere sfruttato per far scorrere anche un liquido posto sotto il pavimento. Il flusso mette in movimento delle mini-turbine, che trasformano l’energia cinetica in energia elettrica, che a sua volta viene immagazzinata in delle batterie.
“Bisogna solo rendersi conto del fatto che tutte le strutture si muovono un po’ – spiega David Webb, uno degli ingegneri impegnato nella trasformazione di Victoria Station – Questo tipo di tecnologia serve appunto per sfruttare in modo utile l’energia prodotta da questo movimento”. Non soltanto i pavimenti possono essere sfruttati per questo scopo, ma anche le rotaie o i ponti dove transitano i treni: esperimenti in questo senso sono già stati portati a termine con successo, visto anche che la massa di locomotiva e vagoni e la velocità con la quale si spostano è decisamente superiore a quella di un passeggero.
I possibili sviluppi di questa tecnologia sono molteplici: qualsiasi oggetto in movimento, che si tratti di un elmetto calzato da un soldato o di una antenna sul tetto di un palazzo, potrebbe essere sfruttato per accumulare preziosa energia da utilizzare in seguito. Si tratta di tecnologia a portata di mano, che ha già visto alcuni prototipi funzionanti in circolazione, che probabilmente da sola non basterebbe a coprire l’intero fabbisogno di una città ma che potrebbe essere integrata con altre tecnologie per ridurre in maniera consistente la produzione di anidride carbonica causata dall’utilizzo di combustibili fossili.
È il caso, ad esempio, delle celle a combustibile. Da anni si discute di una loro sempre più imminente introduzione su larga scala, ma ora finalmente sembra che in Giappone si siano decisi a fare sul serio: sarebbero più di 3mila le famiglie di Tokyo pronte a far installare davanti alla propria abitazione un apparecchio per la cogenerazione di energia elettrica prodotto da Matsushita Electric. Un progetto che potrebbe espandersi velocemente, e che porrebbe la nazione del sol levante all’avanguardia nel cammino verso l’idrogeno.
Le celle a combustibile funzionano grazie ad una reazione chimica tra ossigeno e idrogeno, il cui risultato è elettricità e acqua calda: ciascuna abitazione potrebbe dunque sfruttare queste due risorse per tenere in funzione gli elettrodomestici e riscaldare gli ambienti. Un bel vantaggio, soprattutto per una nazione che non dispone di molte fonti di energia naturale e che, a causa dell’elevato rischio sismico che la contraddistingue, non è sempre in grado di garantire continuità ai servizi di fornitura di energia durante i disastri naturali.
Un gioco per cellulareIn ogni caso queste due tecnologie descritte, da sole non possono “salvare” il pianeta dal progressivo riscaldamento globale. Per fare fronte al pericolo di una Terra sempre più rovente, saranno molte le abitudini che l’umanità dovrà cambiare: come fare dunque a sensibilizzare l’opinione pubblica in questo senso? Magari con un software per telefonino, un gioco che faccia al contempo divertire e imparare.

I cellulari, d’altronde, sono tra gli apparecchi elettronici più diffusi sul pianeta: Connect2Climate tenta di sfruttare questa popolarità, lanciando una serie di applicazioni per giocare con il proprio apparecchio e sensibilizzare sui rischi del riscaldamento globale. Che si tratti di un orso polare che pone domande sull’inquinamento o di un colorato biplano che vola in cerca di consigli sull’ecologia, lo scopo è quello di fare edutainment. E chissà che dove non è arrivato il protocollo di Kyoto arrivi invece il T9.

Luca Annunziata su Punto Informatico


Compri un cellulare? Attento alle radiazioni

12 giugno, 2008

Le soglie variano di Paese in Paese: in Europa più tolleranza che negli Usa

WASHINGTON (Stati Uniti) – Quando si acquista un cellulare bisognerebbe buttare un occhio anche a un valore che ne indica la radioattività chiamato, italianizzando un po’ la definizione, rateo di assorbimento specifico. Secondo il Cellular Telecommunications Industry Association (CTIA), lo specific absorption rate, il cui acronimo è SAR, indica la quantità di emissioni elettromagnetiche dei cellulari assorbite dal corpo umano.

I VALORI DI RIFERIMENTO – La Sar viene sempre espressa in Watt per chilogrammo e la soglia massima di radiazioni varia da Paese a Paese. In Europa è di 2 Watt/Kg, negli Stati Uniti è di 1,6 Watt/Kg. Più basso è il valore SAR, minore è la radiazione assorbita dal corpo. La webzine Cnet propone una tabella ragionata dei vari valori per modello e marca, arrivando alla conclusione che non ci sono marchi buoni o cattivi, ma semplicemente modelli attenti a questo aspetto non meno importante del prezzo o delle performance, anche se ancora gli studi non hanno dimostrato verità assolute sulla nocività delle radiazioni dei telefonini.

I DIECI MIGLIORI E PEGGIORI – Nella tabella di Cnet tra i 10 cellulari con livelli di Sar più alti troviamo sei modelli Motorola (che risulta indubbiamente un marchio poco attento), il RIM BlackBerry Curve 8330, il Samsung SGH-C417. Tra i dieci modelli meno radioattivi, c’è invece l’LG Chocolate KG800, due Motorola Razr, ben tre modelli Nokia e Samsung. L’iPhone è grosso modo a metà. La classifica è comunque indicativa, poiché il numero di radiazioni assorbite varia anche a seconda del soggetto che ne fa uso. In tutti i casi il valore Sar è un aspetto da non trascurare. Ed è bene sapere che nelle istruzioni per l’uso deve essere sempre specificato e, qualora non lo sia perché si tratta di un modello vecchio, si può farne richiesta al produttore.

Emanuela Di Pasqua sul Corriere
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Hi-tech: i più e i meno del 2007

22 novembre, 2007

Su «Business Week» i migliori e i peggiori oggetti dell’anno.

È Apple l’azienda più premiata dalla classifica di Business Week sugli oggetti hi-tech destinati al consumo di massa. iPhone è lo smartphone dell’anno, i Mac Pro (portatile e fisso) i migliori pc. Non tutti gli Apple però escono col buco: la tv – che Steve Jobs dopo i risultati non brillanti ha definito «un passatempo» per l’azienda – non è piaciuta. A scorrere la classifica si può trarre l’insegnamento che non sempre il risparmio è conveniente, anche se nella categoria console per giocare l’economico Wii di Nintendo ha la meglio sulla esosa e multifunzione PlayStation3 prodotta da Sony.

Il Nokia N95

Telefonini
migliore: Nokia N95, grande schermo ad alta risoluzione per qualità video da dvd; gps integrato e 2GB di spazio per la musica
peggiore: Motorola Razr2 e Samsung Upstage: il primo troppo caro per quello che offre; il secondo benché a buon prezzo, si è rivelato insoddisfacente nelle prestazioni

Smartphone
migliore: iPhone, l’oggetto del desiderio non solo per gli utenti ma soprattutto per gli operatori di telefonia mobile
peggiore: Palm Centro, anche in questo caso il prezzo economico non basta per salvare uno smartphone più grosso e pesante dei suoi simili, e non permette il multitasking.

Giochi
migliore: Halo3 e Bioshock, due giochi spara-spara molto ben realizzati per grafica e trama.
peggiore: Donkey Kong, il gioco Nintendo confonde i giocatori e non sfrutta le potenzialità della consolle per la quale è stato pensato, il Wii.

Console
migliore: Wii, il successo della console basata sul meccanismo motion-sensitive è piaciuta al grande pubblico. Dopo il lancio per lo scorso Natale, anche le previsioni di vendite di questa fine d’anno sono ottime
peggiore: Play Station 3, non ripercorre il successo dei predecessori l’ultima versione della PlayStation. Alta definizione, accesso a internet e giochi sempre più complessi non aiutano le vendite. E i vecchi titoli, cui i giocatori sono affezionati, spesso non sono compatibili e non girano sulla nuova console Sony.

Pc
migliore: Mac Pro e MacBook Pro, le versioni professional dei pc Apple, portatile e fisso, hanno sbaragliato i concorrenti nel 2007. Ottime prestazioni per i nuovi prodotti con i nuovi chip Intel dual-core
peggiore: Dell Inspiron, grafica non adeguatamente supportata e processore lento, questi i principali difetti del modello più economico di casa Dell.

Tv
migliore: Pioneer Kuro Elite 60, per chi se la può permettere (negli Usa questo gingillo viene venduto a 7.500 dollari, circa 5.070 euro) è questa la tv migliore in commercio, almeno secondo BusinessWeek. Altissima definizione, schermo da 60 pollici, un design minimal e il gusto per il «nero»
peggiore: Magnavox, la politica dei prezzi popolari ancora una volta non si concilia con la qualità. I nuovi prodotti Magnavox non hanno soddisfatto i consumatori.

Panasonic AG-HVX200

Videocamere
migliore: Panasonic’s AG-HVX200, strumento utilizzato anche da registi indipendenti, permette di filmare ad alta definizione e con molti effetti speciali inetgrati§
peggiore: JVC’s Everio GZ-HD7U, bassa definizione e difficoltà per le riprese in condizioni di poca luminosità: questi i limiti che condannano la videocamera JVC a essere la peggiore del 2007

Home entertainment
migliore: Philips Soundbar HTS8100 e Bose Lifestyle v30, a parimerito si aggiudicano il titolo di miglior sistema per l’intrattenimento domestico il prodotto economico di Philips (lettore dvd e musicale) e il più dispendioso Bose, costituito da nove componenti per creare un’acustica da cinema
peggiore: AppleTv, scarsa qualità video e audio rispetto ai rivali, e la politica dei formati proprietari che impediscono al televisore di Steve Jobs di leggere file in molti formati non Apple.

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Lettore dvd
migliore: Pioner Elite BluRay, Pioneer ha deciso di appoggiare il BluRay di Sony nella guerra tra formati video ad alta definizione. Questo modello riproduce i video 24 fotogrammi al secondo come al cinema
peggiore: XBox, un add-on della console Xbox di Microsoft molto complicato da installare e incompatibile con alcuni schermi tv

Gabriele De Palma dal Corriere

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Emergenza smog, città in ginocchio

21 novembre, 2007
Nell’aria di Milano abbiamo trovato di tutto: carbonio, zolfo, cromo, stagno e arsenico

Articolo di Sara Gandolfi per il Magazine
(nel numero del “Magazine” in edicola giovedì assieme al Corriere della Sera ulteriori articoli, approfondimenti, dati e immagini sull’emergenza smog nelle città italiane)

MILANO – I giapponesi sorridono nel cortile della Pinacoteca di Brera. «Milano è bellissima. L’aria è pulita, fresca», guardano il cielo grigio. «Stamattina era così azzurro…». Vengono da Hiroshima. Nessuna ironia, sono davvero convinti che a Milano si respiri bene. I milanesi un po’ meno. Pm10 oltre i limiti per 82 giorni nei primi sei mesi del 2007 contro i 35 consentiti in un anno, opere d’arte a rischio per l’aggressione di gas e polveri «indossate» dai turisti – è allarme pure al Cenacolo di Leonardo da Vinci – e il dubbio inquietante (per alcuni, certezza) di subire, giorno dopo giorno, l’attacco letale di microscopici invasori. Cosa c’è dentro quel pulviscolo che galleggia costantemente nell’aria intorno a noi? Cosa respiriamo da mattino a sera? Biossido d’azoto e di zolfo, monossido di carbonio e altri gas notoriamente tossici e ormai famigerati. Ma anche polveri inorganiche e non biodegradabili, metalli pesanti e strane leghe, sconosciute in natura e pure in metallurgia.

Misurazioni in piazza Duomo…

Giusto un anno fa, volontaria in un esperimento delle Mamme anti-smog di Milano, avevo toccato con mano il problema: il rilevatore di polveri, in giro per la città, mostrava picchi di Pm 2,5 ben oltre la norma ogni volta che mi trovavo in mezzo al traffico, dietro un autobus in fase d’accelerazione o in stanze chiuse con un fumatore. Quest’anno, con l’aiuto di un microscopio elettronico a scansione ambientale, in grado di individuare particelle nanometriche (più piccole di 1 micron) caratterizzandole per forma, dimensione e composizione atomica, abbiamo invece tentato di scoprire chi sono gli ospiti più segreti del particolato urbano, le sostanze inorganiche che s’insinuano nel nostro organismo, ben oltre le vie respiratorie. E lì restano. Nessuna pretesa scientifica, solo la curiosità di capire, ad esempio, perché a Milano si tossisce tanto. Partenza, ore 8 del mattino. Ritorno a casa, ore 19. Sul cappotto un sensore adesivo raccoglie passivamente la polvere. Al bavero della giacca un filtro «aspira-particolato», collegato alla pompa da portare a tracolla, simula il respiro (in realtà un uomo inspira molta più aria: circa 20 m3 al giorno). Tolta la pausa di «ricarica» a mezzogiorno, la pompa resta accesa 8 ore, filtra 1680 litri d’aria e raccoglie 0,34 milligrammi di polveri. «Quantitativo decisamente rilevante: 202 microgrammi a m3 d’aria contro i 40 prescritti dalla legge per le Pm10 (50 giornalieri da non superare più di 35 volte l’anno, ndr)», spiega Stefano Montanari, direttore scientifico del centro Nanodiagnostics di Modena che ci ha fornito il macchinario e ha svolto le analisi. «Il filtro può catturare anche polveri più grosse ma ne abbiamo viste davvero pochissime. La stragrande maggioranza era decisamente inferiore al micron, ovvero Pm1».

La sorpresa è scoprire che in quel pulviscolo, raccolto in un mercoledì meneghino qualunque (bassa pressione, vento lieve, poco nuvoloso), s’annida un po’ di tutto. Carbonio e ossigeno, c’era da aspettarselo, «probabilmente anidride carbonica» emessa dall’uomo ma anche derivante da attività antropiche, come il traffico. Ferro in abbondanza, e poi piombo, calcio, silicio, alluminio, zolfo, zinco, rame, cromo, stagno, manganese, arsenico, argento, titanio. Particelle di metalli che si combinano e ricombinano in atmosfera creando a volte leghe impreviste e imprevedibili. Nessuna di queste sostanze è biodegradabile, «certo non in tempi biologici».

La giornata inizia col tragitto da casa alla scuola dei figli, pochi minuti zigzagando tra autobus e macchine diesel (resta nel filtro molto carbonio, «originato da combustioni organiche, quindi pure dalle auto», enormi quantità di zolfo, «anche se il gasolio oggi dovrebbe contenerne pochissimo», e leghe di argento e rame che potrebbero venire da vecchie marmitte catalitiche). Ai Giardini pubblici di via Palestro, per la passeggiata del cane (ecco spiegate le polveri di silicio e magnesio, cioè terra), la metropoli sembra alle spalle. Eppure pochi metri più in là ci sono i Bastioni, stabile sede d’ingorghi e mura invisibili oltre le quali, da gennaio, scatta il ticket d’ingresso. Forse. Da via Manzoni, sferragliante di tram (catturiamo frammenti d’acciaio provenienti da frizione, probabilmente rotaie), passiamo alla paciosa piazza del Duomo. Poi tappa al supermercato: i nostri vestiti, presumibilmente già pieni di polvere, si agitano sui banchi del reparto ortofrutta. «Le bucce lisce si lavano, quelle dure si tolgono. Ma in una fragola o un cavolo, il particolato penetra profondamente i tessuti. E noi lo mangiamo», avverte Montanari. «Almeno nei mercati di strada andrebbe evitata l’esposizione a cielo aperto degli alimenti».

… e anche al supermercato

Sosta in redazione, quindi in metrò, con i milanesi che guardano curiosi e annuiscono, rassicurati, quando spieghiamo che siamo a «caccia di smog». Piazza Cadorna – «abbiamo i polmoni neri», si lamenta sottovoce un vigile – e finalmente il Cenacolo. «Non c’è dubbio che le particelle di carbonio contenute nel Pm10 alla fine danneggino l’affresco», ha avvertito giorni fa il dipartimento di Chimica dell’Università statale. Ingressi esauriti per due settimane, riusciamo a sgaiattolare fino alla saletta d’attesa dove si concentra una comitiva di turisti, i cappotti frusti d¹inquinamento. «Lo zolfo con l’umidità dell’aria si trasforma in vari tipi di acido, come l’acido solforoso, che possono sciogliere la tinta dell’affresco ma il pericolo maggiore è il respiro dei visitatori: emettiamo anidride carbonica che con l’acqua fa acido carbonico e corrode il dipinto…».

A pochi metri, in corso Magenta, ancora sferragliare di tram e fumi di scarico. Ma nell’aria c’è altro, pulviscolo d’intonaco (solfato di calcio, bario…) che cade dai muri di una città che invecchia e sferule di aggregati di ferro e altri metalli che secondo i ricercatori hanno un’origine chiara: «Per dimensione e forma possono provenire solo da un processo di combustione ad alta temperatura: acciaierie, fonderie, cementifici o inceneritori». A Milano e dintorni, non ce ne sono… «Le polveri ultrafini viaggiano con il vento per migliaia di chilometri, le hanno trovate al Polo Sud». Finiamo alla Pinacoteca di Brera, negli angoli delle sale le macchinine ticchettano: «Controllano temperatura e umidità. Misuratori di particolato? No, niente», alza le spalle il custode. C’è il condizionamento, però, che ripulisce un po’ l’aria. Quali metalli fanno più male? «Il piombo è tossico, il nichel causa allergie, l’arsenico non fa bene. Ma anche il ferro, per natura utile all’organismo umano, quando s’aggrega per formare particelle non è biodisponibile: il corpo non lo riconosce più e scatena una reazione infiammatoria tentando di isolarlo. Se inalo una polvere di ferro-cromo-nichel, la stessa lega della padella di casa, non mi aiuta certo a produrre emoglobina. È un corpo estraneo e come tale l’organismo lo tratta, col rischio di ammalarsi», spiega Antonietta Gatti, responsabile del Laboratorio di Biomateriali all’università di Modena e moglie-partner di Montanari a Nanodiagnostics, che sta coordinando il progetto europeo Dipna per valutare i meccanismi d’aggressività del particolato.

«Che le polveri fanno male si sa: sono capaci di entrare in profondità nelle cellule, fin dentro al nucleo, interferendo con il Dna. Dobbiamo ora scoprire qual è la dose letale tenendo sempre presente che la reattività è individuale: chi è nato più debole in un organo, in quell’organo si ammala prima. Bambini e anziani sono sicuramente più a rischio».Al di là del tipo di sostanza inalata o ingerita, ciò che preoccupa di più i ricercatori sono forma e dimensione delle polveri: «Una particella grossa si ferma anche prima dei polmoni. Se è inferiore al micron, come molte di quelle raccolte dal suo filtro, raggiunge gli alveoli polmonari e da lì entra nel sangue». Il viaggio non si ferma qui: «Uno studio dell’Università di Lovanio, in Belgio, ha dimostrato che particelle da 100 nanometri, Pm 0,1, in 60 secondi passano la barriera polmonare e vanno nel sangue, in un’ora sono al fegato». Più la particella è piccola, più facilmente penetra nei tessuti, in teoria di qualsiasi organo. E a quel punto non esistono meccanismi biologici od artificiali conosciuti capaci di eliminarla. «I tessuti dove le polveri restano imprigionate reagiscono ad un materiale che non riconoscono e che non è biodegradabile. Nel tentativo di distruggerlo, danno origine a processi infiammatori, o granulomatosi, che possono diventare cronici e, ma è solo una probabilità, trasformarsi in tumori».

dal Corriere

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Gb, via libera agli embrioni chimera

5 settembre, 2007

Leggo ora sul Corriere che la Gran Bretagna vuole estendere la libertà di ricerca genetica permettendo la creazione di embrioni ibridi uomo-animale… Lo scopo è sicuramente nobile (la ricerca in campo genetico con cellule staminali) e i vincoli sicuramente presenti (distruzione entro il 14° giorno di vita) ma l’idea mi inquieta non poco…
e non solo per questioni etico-morali (un embrione di 14° giorni è da considerarsi già un essere umano, che verrà quindi ucciso, o semplicemente materiale organico, di cui poi ci si libererà?!)..
Come Antinori arriva a far partorire delle mamme-nonne, chi mi dice che un giorno lo scienziato pazzo di turno non si ‘scordi’ di distruggere l’embrione al 14° giorno e decida poi di impiantarlo ‘per vedere i nascosto l’effetto che fa’????
E’ un’ipotesi che mi agghiaccia, e non ci credo che in qualche laboratorio privato nessuno ci stia pensando…
Perchè non concentrarsi negli studi sulla produzione di staminali da cellule adulte? Esistono casi di successo, che dovrebbero essere maggiormente supportati… non trovate??

LONDRA- L’autorità britannica per la fertilizzazione e l’embriologia (Hfea) ha dato il via libera alla creazione di embrioni chimera, cioè contenenti materiale genetico sia umano che animale, dopo che una consultazione pubblica ha rivelato che la maggior parte dei britannici non è contraria all’utilizzo di tali embrioni a scopo di ricerca. I ricercatori vogliono utilizzarli per produrre una quantità di cellule staminali utile per lo studio di possibili cure per malattie come per esempio il morbo di Parkinson e quello di l’Alzheimer.
COME SI OTTENGONO – Le chimere verrebbero create inserendo materiale genetico umano dentro l’ovulo animale privato del suo Dna, risolvendo così il problema della scarsa disponibilità di ovuli umani da utilizzare a scopo di ricerca, che normalmente provengono dai trattamenti di fertilizzazione in vitro. Gli embrioni chimera verranno poi distrutti dopo 14 giorni – ovvero quando non saranno più grandi di una cruna di un ago – e non potranno essere impiantati nell’utero. Dalla consultazione pubblica – che ha consistito in tre mesi di sondaggi, incontri pubblici e dibattiti al costo di circa 220 mila euro – è emerso che sebbene inizialmente scettico, il pubblico gradualmente è diventato più aperto all’idea. Alla fine, il 61% si è detto favorevole a tali ricerche.
PRECEDENTI – Già nel novembre scorso, due equipe di ricercatori, una al King’s College di Londra e una all’università di Newcastle, avevano richiesto all’Hfea la licenza per condurre alcuni studi con embrioni chimera, e ora potranno procedere. Anche Ian Wilmut, il creatore della pecora Dolly, vorrebbe richiedere il permesso di condurre alcune ricerche sulla malattia del motoneurone utilizzando tali embrioni. A dicembre il governo britannico aveva provocato una vera e propria rivolta tra la comunità scientifica con una proposta di legge che avrebbe messo al bando quasi ogni ricerca con embrioni chimera. Contro il divieto si erano schierati diversi premi Nobel, la stessa commissione parlamentare per la scienza e la tecnologia, il consiglio britannico per la ricerca medica, nonchè il principale consulente scientifico del governo, Sir David King. Da allora il governo ha deciso di ritirare la proposta e si prepara a discutere entro la fine dell’anno un’altro progetto di legge che potrebbe mettere al bando soltanto gli embrioni ottenuti mescolando gameti animali e umani.

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